VS.

Epic/Legacy (Vinile)

Voto Rockol: 4.0 / 5

di Andrea Valentini

È il mese di marzo del 1993 e i Pearl Jam sono nella proverbiale merda fino al collo. Già, perché dopo che hai venduto milioni di copie del tuo album di debutto e hai alle calcagna la tua etichetta che ti chiede di bissare – anzi, meglio, di superare – quel primo successo planetario, la pressione che senti è decisamente troppa. Eppure the show must go on. E anche il buon Vedder, nonostante il disagio e le minacce di mollare tutto (troppo hype, troppi avvoltoi, troppo business…) capisce che è comunque un’occasione da non perdere.

Stringono i denti, mordono nel ferro, è si ritrovano al Site, uno studio super-pettinato a Nicasio (California), con tanto di resident chef, campo da basket e da golf, più sauna. Roba concepita per megastar molto esigenti, che mette ulteriormente a disagio i Pearl Jam – i quali desiderano, in realtà, solo fuggire dalle luci della ribalta. Eppure quando arrivi a quei livelli non puoi pensare di giocare a fare i Fugazi o i Black Flag. Il compromesso è inevitabile, anche perché è già stato fatto; il DIY estremo diviene un’aspirazione pericolosa, che attira sguardi sospettosi – soprattutto da parte di chi sta investendo molto nella tua musica.

Nonostante i dilemmi etici, le canzoni che la band si porta dietro funzionano: sono solide e lo si sente fin dai demo. I testi nascono tutti dai tormenti di Vedder, che spesso si assenta dallo studio per scomparire (talvolta per giorni interi) alla guida del suo pickup scassato, in cerca di ispirazione e di pace: venire a patti con il meccanismo del successo e con la nuova vita da rockstar in cui sembra tutto lo voglia risucchiare è un passo troppo doloroso, a cui non è pronto, evidentemente.

Il risultato delle session è quindi un album teso, che prende una forma definitiva anche per merito del produttore Brendan O'Brien, un trentaduenne chiamato dopo aver sentito il lavoro fatto con Black Crowes nel 1990, per “Shake Your Money Maker”.

“Vs” è, in effetti, una raccolta di brani che oscillano fra la rabbia furiosa stile “Go” e “Animal”, momenti più calmi e riflessivi (“Daughter” “Rearviewmirror”, “Leash”) e atmosfere bizzarre (“Rats”). Un disco dal mood compatto, ma al contempo variegato, specchio di un travaglio e una dicotomia interiore di cui l’intera band era preda. Un lavoro che, paradossalmente, una volta completato dà ai Pearl Jam anche la forza per tornare sulla propria idea di evitare i meccanismi mainstream… ed è così che il gruppo, istigato da Vedder, decide di non impegnarsi in alcuna attività di promozione: niente video, niente interviste (o quasi). L’idea è di evitare la sovraesposizione mediatica, di non cavalcare troppo la tigre del grunge, che si sarebbe comunque sgonfiata rischiando – come di fatto è accaduto a molte altre band – di trovarsi con un pugno di mosche quando la moda avesse esaurito il proprio appeal. Una mossa vincente, a onor del vero… e lo confermano le oltre 950.000 copie vendute nei soli Stati Uniti in 5 giorni, a ridosso dell’uscita, oltre a una carriera lunga e ricca di grandi album.