«VITALOGY - Pearl Jam» la recensione di Rockol

Vitalogy, quando la musica era questione di vita e di morte

Volete riscoprire un album dei Pearl Jam su vinile? Non può che essere “Vitalogy”. Qui vi spieghiamo perché.

Recensione del 06 dic 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

“See this needle / See my hand / Drop, drop, dropping it down / Oh so gently”. Negli anni ’90, nessuno ha raccontato il rito connesso all’ascolto di un vinile meglio dei Pearl Jam. Nel singolo “Spin the black circle” lo trasfigurano in un’azione paragonabile a quella dell’iniezione di una droga in vena. È il 1994 e i Pearl Jam sono fra gli ultimi difensori del disco in vinile che da alcuni anni è stato ampiamente superato dal più pratico e “pulito” compact disc. Spediscono ogni anno ai loro fan un 45 giri contenente canzoni o performance inedite, pubblicano l’album “Vitalogy”, il più atteso dell’anno sul mercato americano, prima in vinile e solo dopo due settimane in CD. Per stamparlo in un formato speciale, con la scritta dorata del titolo e il libretto dei testi che riproduce un libro di fine Ottocento, rinunciano al 30-40% delle proprie royalties. Anche grazie a loro, il disco in vinile diventa sinonimo della cura, dell’attenzione che un artista mette nella presentazione della propria musica. Oltre ad essere un grande disco rock, “Vitalogy” è il simbolo di questo tipo di devozione.

È il novembre 1994 e una scritta sulla confezione del singolo “Spin the black circle” annuncia l’arrivo del terzo album dei Pearl Jam intitolato “Life”. La vita è quella traballante di Eddie Vedder. È un periodo tormentato, che mette in pericolo l’esistenza stessa dei Pearl Jam, fra i problemi con droga e alcol del chitarrista Mike McCready e il dissidio con il batterista Dave Abbruzzese. Vedder prova sensi di colpa per il successo ottenuto, odia il mondo in cui è stato improvvisamente proiettato, sabota consciamente la popolarità del gruppo spingendolo verso sonorità più dure e bizzarre. Si rifiuta di girare video e di concedere interviste. “Vitalogy” è anzitutto il suo album, quello in cui espone la sua fragilità, in cui offre una radiografia dei suoi tormenti. Quando trova in un mercatino dell’usato un vecchio libro di pseudomedicina chiamato “Vitalogy”, un manuale di consigli per vivere sani pieno di false credenze e moralismi, Vedder lo sceglie come titolo dell’album e ne riproduce alcuni passaggi e illustrazioni nel libretto del 33 giri e del CD abbinandoli a foto personali, un’immagine della moglie da bambina, una radiografia.

“Vitalogy” canta la malattia e canta la morte. E forse in modo meno esplicito, canta anche lo slancio verso la vita che salverà Vedder e la band. Comincia col suono secco di batteria di una canzone chiamata “Last exit” e finisce idealmente con “Immortality” (cui segue in realtà la jam “Hey Foxymophandlemama, that’s me”). Otto mesi prima della pubblicazione dell’album, Kurt Cobain si è ucciso nella dependance della sua villa su Lake Washington, a Seattle. Facile intravedere in certi passaggi di “Immortality” riferimenti indiretti al dramma, specie nella parte sulla “scatola di sigari sul pavimento”, come quella contenente siringhe per iniettarsi eroina ritrovata a fianco del corpo di Cobain. Accompagnato da una sorta di shuffle bianco e funebre, Vedder canta cosa si prova a sentirsi “privilegiati come puttane” e “vittime a cui si chiede di dare pubblico spettacolo”. È uno dei momenti dell’album in cui non si è travolti dal suono del gruppo, ma si resta col fiato sospeso.

Fra “Last exit” e “Immortality” ci sono altri undici pezzi, alcuni dei quali cercano di raccontare che cosa significa condurre la vita oscena di puttane rock, senza averlo chiesto. In “Not for you”, che sarà pubblicata su singolo, Vedder urla rabbiosamente che il suo tavolo è troppo piccolo per ospitare discografici avidi e media ingombranti e che tutto ciò che è sacro viene dalla gioventù. “Pry, to” è un breve frammento vagamente funk in cui il cantante fa lo spelling della parola privacy. “Corduroy” diverrà un classico dal vivo, il racconto vibrante d’emozione di un uomo che si sente defraudato della propria identità e della vita privata, un uomo che grida che “preferirei morire di fame piuttosto che mangiare il vostro pane”. La band e il produttore Brendan O’Brien si divertono a inserire fra le canzoni frammenti come “Bugs” o “Aye Davanita”, che sembrano fatti apposta per spiazzare gli ascoltatori casuali e che creando un forte contrasto con belle melodie come quelle di “Nothingman” e “Better man”, quest’ultima proveniente dal repertorio del vecchio gruppo di Vedder, i Bad Radio.

Quando esce “Vitalogy”, i Pearl Jam sono il gruppo rock più popolare del pianeta. L’album vende come oggi vendono i dischi di Taylor Swift o di Adele: 877.000 copie in una settimana e solo negli Stati Uniti. Alla fine le copie smerciate saranno in numero minore rispetto ai due dischi precedenti: “Vitalogy” è troppo strano e incattivito, nasconde ballate e canzoni melodiche in mezzo a collage sonori respingenti e riff ulceranti. Resta una splendida anomalia nella storia dei Pearl Jam, il loro album più viscerale e pieno di tumulti emotivi, con suoni e testi bilanciati fra asprezza e poesia. Riascoltarlo a oltre vent’anni di distanza dalla pubblicazione significa venire catapultati in un mondo che non esiste più, significa riconnettersi a un periodo della storia del rock in cui si prendeva la musica maledettamente sul serio. Come una questione di vita e di morte.

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