«BORN AGAIN SAVAGE - Little Steven» la recensione di Rockol

Little Steven - BORN AGAIN SAVAGE - la recensione

Recensione del 11 feb 2000

La recensione

Il ritorno del selvaggio. “Questo è il disco che avrei voluto fare dal 1969, se soltanto ne avessi avuto le capacità”, dice Little Steven nelle note di presentazione del Cd, e ne ha ben donde. “Born again savage” è il suo album migliore di sempre, e piange il cuore sapere che queste canzoni sono rimaste nel cassetto per una decina d’anni, in attesa di trovare una casa discografica che fosse sufficientemente interessata a pubblicarle. L’album è un monumento all’hard rock di quel periodo – tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 – in cui Jeff Beck, Jimmy Page ed Eric Clapton, dopo aver mollato gli Yardbirds, formano rispettivamente il Jeff Beck Group – a quel tempo con Rod Stewart e Ron Wood -, i Led Zeppelin e i Cream. Per rivivere quelle magiche atmosfere Little Steven ha scelto soltanto due partners, ma di grande mestiere: il bassista Adam Clayton (U2) e il batterista Jason Bonham, figlio di quel John – anch’egli batterista – che ai tamburi dei Led Zeppelin ha legato la sua imperitura fama. Il risultato è un album di rock’n’roll selvaggio, dalle tinte decisamente hard e a tratti metal, con in più quella spruzzata di soul e musica meticcia che da sempre caratterizza il lavoro di Steven. I temi trattati dalle canzoni smettono di parlare di politica – se si esclude “Camouflage of righteousness” – per abbracciare tematiche più strettamente spirituali e religiose, dando all’album l’estetica e il significato di un vero e proprio disco di rinascita. Lo testimoniano canzoni come “Salvation”, o la splendida “Saint Francis”, così come un altro ottimo pezzo intitolato “Face of God”. Il lavoro di Adam Clayton al basso vale quanto quello di 10 strumentisti, Jason Bonham si conferma – nelle stesse parole di Little Steven – il miglior batterista al mondo per questo genere musicale, e lascia correre il piede sulla cassa nello stesso modo in cui lo faceva il suo inimitabile padre. Little Steven da parte sua ci mette cuore, voce e muscoli, oltre al suo caratteristico look piratesco: e proprio così come il suo personaggio non può fare a meno di quegli abiti, l’album segna un ritorno di forma da parte di un rock’n’roll selvatico e per troppo tempo dato per disperso: “Una volta c’era il rock, ma poi sono arrivati i media padroni del pop e il rock è stato dichiarato fuorilegge”, si scherza sul sito della sua etichetta Renegade Nation (www.renegadenation.com), “così quanti volevano continuare a vivere di rock, dopo l’Armageddon si sono riuniti in piccole comunità tribali e sono stati definiti coloro che cercano. La loro unione è la Renegade Nation”. Dei rinnegati del rock di tutto il mondo Little Steven con questo album tiene alta la bandiera, e lo fa mettendo in mostra tutta la potenza di cui è capace, quella in grado di vederlo – appoggiato al Boss – infiammare con il suo canto sguaiato platee di decine di migliaia di persone. Bentornato rinato selvaggio, e come direbbe il tuo pard preferito, “stay hard, stay hungry, stay alive”.
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