«STANDARDS - Seal» la recensione di Rockol

Seal diventa un "crooner" nel nuovo CD di standards

Come regalo di Natale per i suoi fans il cantante pubblica un album di classici americani jazz e swing..

Recensione del 13 nov 2017 a cura di Francesco Arcudi

La recensione

Da ormai diversi anni a questa parte,  per molti cantanti in cerca di rilancio, il trend è quello di darsi agli standards americani, pescando a piene mani dai songbook dei vari George Gershwin, Cole Porter e Irving Berlin. Lo ha fatto Rod Stewart, per quattro anni consecutivi e ben quattro CD (più una raccolta) gradevolissimi ma alla lunga stancanti, lo ha fatto Willie Nelson, e così tanti altri. Deve aver fatto lo stesso ragionamento Seal, da anni assente dalle charts americane ed europee, pensando di emulare i vari Sinatra, Nat King Cole e Bublè con un album di 11 standard (14 nell'edizione Deluxe) che tutti conosciamo.

Così dopo aver scelto i brani è andato a registrare a Los Angeles nei mitici Capitol Studios, dove incideva il grande Frank "The voice", sotto la guida del produttore Nick Patrick (nominato ai Grammy e collaboratore tra gli altri di Tina Turner e Marvin Gaye) e con gli arrangiamenti per orchestra di Chris Walden (anche lui plurinominato ai Grammy).

Il risultato è senz'altro gradevolissimo, arrangiamenti per orchestra impeccabili, archi magnifici, fiati d'effetto, e tutto questo non bisogna darlo per scontato, in quanto tali dischi alla fine rischiano di somigliarsi un pò tutti, e non è questo il caso. Il problema è invece che la voce di Seal, pur bellissima e dal caldo timbro scuro e a tratti roco, è troppo particolare per adattarsi a questi brani. Ecco quindi che alcuni sono più riusciti di altri.Così se "Luck be a lady" (dal musical "Bulli e pupe"), scelto come singolo di lancio, ben si addice al fraseggio di Seal, "Autumn leaves" risulta stucchevole e noiosa in quanto meriterebbe ben altro tipo di interpretazione.

E ancora laddve "I'm beginning to see the light" e "I've got you under my skin" rivelano delle capacità da crooner inaspettate in Seal, "It was a very good year" è davvero troppo lenta e la sua voce risulta petulante. Diciamo che il cantante rende molto meglio nei pezzi più swing che nelle ballads, con l'eccezione di "Smile", che-complice un arrangiamento raffinatissimo-Seal canta con una dolcezza assoluta, dosando le dinamiche del suo timbro quasi a voler cullare l'ascoltatore. I pezzi migliori rimangono comunque quelli più "bluesy", come "I put a spell on you" portata al successo da Nina Simone, e la bella e meno nota "Anyone who knows what love is" di Irma Thomas, più nelle corde (vocali) del nostro.

Un disco dunque di piacevole ascolto che nonostante la dichiarazione del cantante ("Questo è il disco che avrei voluto fare da sempre", ma non lo dicono un pò tutti coloro che pubblicano un CD di standards?) poco o nulla aggiunge alla discografia-e alla carriera- di Seal.

TRACKLIST

01. Luck Be A Lady (04:35)
02. Autumn Leaves (02:55)
06. Love For Sale (03:45)
07. My Funny Valentine (04:32)
09. Smile (04:30)
10. I'm Beginning To See The Light (03:05)
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