Rockol - sezioni principali

Recensioni / 07 ott 2017

Equipe 84 - STEREOEQUIPE - la recensione

Recensione di Franco Zanetti
STEREOEQUIPE
Sony Music Entertainment Italy S.p.A. under exclus (Digital Media)

Undici anni fa, nel 2006, avevo proposto alla Sony di ripubblicare “Stereoequipe”, l’album dell’Equipe 84, in edizione deluxe con un libretto di note e informazioni sul disco. Avendo ricevuto un assenso di massima, avevo lavorato sul testo del libretto, per il quale avevo preparato un testo “storico” intervallato da brani tratti da una mia intervista a Maurizio Vandelli.
Il progetto non andò in porto, per ragioni ancora a me ignote, ma adesso che, undici anni dopo, la Sony ha deciso di ripubblicare “Stereoequipe” mi fa piacere condividerlo con i lettori di Rockol.

L’Equipe 84 aveva respirato l’aria dell’alta classifica solo una volta, prima del 1967: con “Bang bang”, cover italiana del brano di Sonny Bono cantato da Cher che, nel dicembre 1966, nella versione del complesso era salita fino al secondo posto (in quella di Dalida invece era arrivata in vetta); con “Resta” (cover di “Stay” di Maurice Williams) e “Io ho in mente te” (cover di “You were on my mind” di Crispian St. Peters) non erano riusciti a salire sul podio dei primi tre 45 giri. 

“29 settembre”, invece, entrata in Top Ten il 29 aprile 1967, al settimo posto, la settimana seguente era quarta, quella dopo seconda, e il 10 maggio aveva conquistato la vetta, restandoci tre settimane consecutive, e uscendo dalla Top Ten solo il 12 agosto, dopo 15 settimane (anzi, si era riaffacciata al decimo posto il 26 agosto); ed era stata, fino a quel momento, il maggior successo di vendite del complesso modenese, e nella classifica dei 100 45 giri più venduti dell’anno si era piazzata all’ottavo posto (sul lato B aveva “È dall'amore che nasce l'uomo”, scritta da Francesco Guccini). “29 settembre” era invece firmata da Lucio Battisti e Mogol: una canzone all’avanguardia per il tema del testo, la musica, e anche per quella trovata dell’inserimento della voce di uno speaker del Giornale Radio che, se proprio non era una novità assoluta - già sentita in “Il treno del sole” di Otello Profazio: “Ultime notizie della notte. Una grave sciagura si è verificata in Belgio nel distretto minerario di Charleroi...” - ne costituiva una peculiarità sorprendente e inconfondibile.

Maurizio Vandelli: Incidere “29 settembre” è stata una mia scelta. C’era una storia col flashback, e in quel periodo mi piacevano molto i film col flashback...Lucio me la fece sentire al pianoforte, e io ho detto: ‘Fermi tutti!’, perché l’ho immaginata come sarebbe potuta venire. Ed è una canzone che ha il suo acme magico in quell’apertura melodica, ‘Poi all’improvviso lei sorrise...’: è lì che risiede il fascino di quel pezzo. La voce del Giornale Radio? Io volevo lo speaker quello vero, quello del Giornale Radio, ma non c’era, o non è venuto, o non l’hanno cercato... c’era uno che aveva la voce simile, e mi sono accontentato. L’idea del Giornale Radio è mia, anche se la paternità dell’idea se la sono poi rivendicata cento persone... E non fu un’aggiunta dell’ultimo momento. Era stato Lucio che facendomi sentire la canzone, nell’ufficio della Ricordi dove c’era un pianoforte - sul muro ci eravamo firmati Maurelli Vandizio e Lusti Batticio - aveva detto, parlando, ‘29 settembre, 29 settembre’, e così mi era venuto in mente il Giornale Radio. 

La copertina di “29 settembre” e forse anche quella di “Nel cuore nell’anima” e di STEREOEQUIPE, sono opera di Mario Schifano. Sicuramente lui ha fatto quella di “29 settembre”: quella in cui siamo riflessi era una carta dorata che mettevamo ai muri di casa nostra, in via Giambattista Bodoni 19 a Milano, e la fotografia della copertina fu fatta lì. La casa la si vede in un filmato della RAI che c’è su Youtube , una specie di video di “Wanna pray”, la nostra versione in inglese di “Un giorno tu mi cercherai”, in cui i cori li hanno fatti alcuni attori del Living Theatre, che all’epoca dormivano in dodici a casa nostra... Ce l’aveva affittata una farmacista: era una bellissima villa liberty con i vetri colorati, ma tenuta male. La porta era sempre aperta, non solo metaforicamente: non si chiudeva proprio, le ragazzine scappate di casa entravano, e dovevamo riaccompagnarle in questura.

Si era sparsa la voce, e in quella casa venivano cani e porci. Donyale Luna, con la quale ho avuto una storietta - quattro mesi - tornava ogni tanto a Londra e diceva ai suoi amici: ‘se capiti a Milano vai lì’, e quelli venivano. Erano tutte camere, una specie di albergo gratuito. Lì ho conosciuto Georgie Fame, che io non sapevo neanche chi fosse. C’è stato Jerry Malanga, è venuto mezz’ora Andy Warhol, è venuto Allen Ginsberg, è venuto Keith Richards con Anita Pallenberg, è venuto Ravi Shankar, è venuto Allarakha Khan che mi ha regalato i tabla... tutta roba che mi è stata rubata: un sitar me l’ha ciuffato Brian Jones, il tambura non so chi, la Les Paul me l’ha rubata Gerry Calà, me l’ha detto lui. I sitar me li aveva portati un nostro amico, forse si chiamava Vinciguerra, o Cacciaguerra, che andava spesso in India e faceva la spedizione da là. Arrivavano in una cassa di legno che sembrava una bara. Me n’è rimasto uno, di sitar... In quella casa di via Bodoni è venuto parecchie volte anche Jimi Hendrix. Hendrix in quel momento per me non era Dio: Dio per me era Paul McCartney. Jimi per me era uno molto bravo, ma non è che non lo apprezzassi molto. A parte “Hey Joe”, non mi ha mai fatto andare fuori di testa. Fra parentesi ero convinto che fosse inglese...

 “E’ dall’amore che nasce l’uomo” è più un pezzo dell’Equipe che mio. Ma la ‘mungitura’ di Guccini - perché anche questo è un pezzo di Guccini modificato da me - non mi piaceva, perché Guccini era andato in una direzione che non mi convinceva tanto, un po’ politica un po’ sarcastica. E poi, l’Equipe lo faceva malissimo, Guccini. (Maurizio Vandelli)

Visto il successo della canzone - nel quale gran merito ebbe anche l’arrangiamento ideato da Maurizio Vandelli - parve logico rivolgersi agli stessi autori per tentare il bis; e infatti sono ancora Battisti e Mogol a firmare “Nel cuore, nell’anima”. Per la verità, la canzone era destinata ai Dik Dik, che addirittura ne avevano già registrato la base strumentale, con la partecipazione dello stesso Battisti (questa base sarà poi utilizzata da Lucio nel 1969 per una versione della canzone da lui cantata e inclusa nel suo primo album, “Lucio Battisti” marzo 1969; e anche dai Dik Dik, che pubblicarono la loro versione nel secondo Lp, “Il primo giorno di primavera e altri successi”, novembre 1969).

Il 45 giri dell’Equipe era uscito nel novembre del 1967, con la copertina - in più versioni diverse per i colori del lettering - ideata e firmata da Mario Schifano. Nella versione dell’Equipe 84, “Nel cuore, nell’anima” si configura come (probabilmente) il primo esempio di “rock sinfonico” italiano: l’arrangiamento, probabilmente ispirato a “Eleanor Rigby” dei Beatles, era stato pensato da Maurizio Vandelli (che lo fece realizzare a Mariano Detto) e suonato da una sezione d’archi composta da musicisti dell’Orchestra Sinfonica della Scala di Milano.

Maurizio Vandelli: La convocazione dell’orchestra per “Nel cuore nell’anima” la fece un certo Ficorilli. Io volevo proprio l’orchestra della Scala, e lui l’ha convocata, ma non si poteva chiamare Orchestra della Scala, un po’ perché non era l’orchestra completa, un po’ perché loro non volevano, e perché per ragioni contrattuali non potevano comparire. E la usai per tutti i pezzi, a partire da “Nel cuore nell’anima”. A me piaceva molto l’unione dell’orchestra col gruppo beat. Il problema era che io non potevo dirigere l’orchestra, non avevo il titolo per farlo. Allora sono arrivato lì, in via dei Cinquecento, nella sala di registrazione ospitata da un cinema parrocchiale, e ho detto: ‘guardate, questi pezzi li posso dirigere solo io. Cosa facciamo, vado a casa io o andate a casa voi?’. Erano cinquanta persone....

E con “Nel cuore, nell’anima” mi sono messo lì a dettare ogni singola parte a Detto Mariano, e lui diceva: ‘Ma guarda che avrai una grossa delusione’, e invece il risultato fu incredibile, lo ammise anche lui. E i mixaggi li facevo io: ho sempre fatto tutto io, non volevo nessuno fra i piedi. Io facevo i dischi da solo, poi li facevo sentire all’Equipe. Mi facevo mettere un metronomo in cuffia, poi cominciavo a registrare cassa e rullante. Poi registravo tom e piatti, poi facevo il basso, poi facevo le chitarrine, poi cantavo e facevo sentire il tutto agli altri.

Il primo album no, il primo l’abbiamo suonato tutti, ma lì c’erano dietro anni di prove, i pezzi erano il nostro repertorio dal vivo. Dal contratto con la Ricordi in avanti ho fatto tutto io. Perché incidevo da solo? Perché non volevo chiamare dei turnisti, perché sarebbe girata la voce che l’Equipe non esisteva, tutti se ne sarebbero accorti. Dopo me ne sono fregato altamente, e la prima volta che ho usato un batterista inglese, che suonava mi pare nei Dave Anthony’s Moods, è stato in “Nel cuore nell’anima”. Si chiamava John Devekey, o Deverey... Mi piaceva perché andava diritto, senza perdersi in troppe rullatine. Poi ho cominciato a chiamarne altri, perché avevo bisogno di misurarmi con dei musicisti veri. (Maurizio Vandelli)

Si dice che Vandelli, conversando con Battisti, gli avesse confidato qualche perplessità su una presunta “incompletezza musicale” della canzone, ma che Battisti gli avesse risposto: "…a’ Maurì, se la canti tu nun se ne accorge nessuno che je manca qualcosa!…" (reincidendola, Battisti aggiunse l’introduzione “Un bambino conoscerai, non ridere, non ridere di lui...”).

A “Nel cuore, nell’anima” mancò però un successo di vendite proporzionale alla qualità del brano.

Il 45 giri entrò in Top Ten il 13 gennaio del 1968, al nono posto, per restarci solo cinque settimane, raggiungendo al massimo la settima posizione. Commercialmente, dunque, fu una mezza delusione. Forse a penalizzarlo fu la ricercatezza delle atmosfere sonore, che del resto caratterizza anche la canzone del lato B, “Ladro”, anche questa firmata Mogol-Battisti, in cui l’influenza dei Beatles del periodo “indiano” è fortissima: si sentono sitar, tambura e tablas, ancora gli archi, e a un certo punto affiora la voce di Lucio Battisti, che ripete “io l’amavo, io l’amavo”. La voce femminile del secondo intermezzo è invece quella di Ambra Borelli, una cantante modenese che dopo due singoli per l’etichetta King aveva scelto lo pseudonimo di Ragazza 77, col quale aveva inciso “Il beat cos’è?” (cover di “The beat goes on” di Sonny & Cher) e “Il paradiso della vita” di Lucio Battisti, che poi verrà incisa in Inghilterra dagli Amen Corner col titolo “(If paradise is) Half as nice”, e trasformata in un successo in Italia nella versione di Patty Pravo (“Il paradiso”).

Il 45 giri “Nel cuore, nell’anima” / “Ladro” otterrà un onorevole 45mo posto nella classifica dei 100 più venduti del 1968, ma venne percepito come un mezzo passo falso, dal punto di vista commerciale, e infatti il complesso pubblicò già nel maggio del 1968 un nuovo 45 giri: “Nel ristorante di Alice”, una canzone scritta da Ricky Gianco e Gian Pieretti (il brano è accreditato anche a Mogol e Maurizio Vandelli), il cui titolo è evidentemente ricalcato su quello di “Alice's Restaurant", il lungo brano - 18 minuti e 20 secondi - che l’anno prima aveva intitolato l’album di debutto di Arlo Guthrie, figlio di Woody, occupandone l'intera facciata A.

Maurizio Vandelli: Per “Nel ristorante di Alice” l’influenza di Arlo Guthrie non fu determinante: il nome Alice girava un po’ nell’aria, e comunque i due pezzi non hanno alcuna attinenza, e inoltre il pezzo di Guthrie non era un successo, non sarebbe servito sfruttarlo. La canzone è firmata Ricky Gianco e Gian Pieretti per la musica, per il testo da me e Mogol, ma possiamo dire che è un pezzo di Gianco e Vandelli: era un abbozzo di canzone loro che io ho modificato molto.

E’ una canzone in un certo modo sbagliata, ha dei fiati sbagliatissimi, è venuta così e forse bisognerebbe rimetterci mano: per cantarla così com’è non ti basta il fiato. E’ datata, insomma. E il testo... be’, ci abbiamo sempre scherzato sopra: “Nel ristorante di Alice si mangian fagioli e salsice”... (Maurizio Vandelli)

Pur servita da un complesso arrangiamento che omaggia “Penny Lane” dei Beatles, e da un testo compostamente malinconico che sembra citare Gabriele D’Annunzio e “La pioggia nel pineto” (“la favola bella che ieri t'illuse”), anche “Nel ristorante di Alice”, però, non andò in classifica: il 45 giri, che aveva sull’altro lato “Un anno” (cover, con testo italiano firmato da Mogol, di “No face, no name, no number” dei Traffic), si piazzerà al novantanovesimo posto fra i più venduti del 1968, ma grazie proprio a “Un anno”, che fu scelta come sigla della trasmissione radiofonica “Gran Varietà”. (“La preparazione della nuova sigla del programma costituisce l'occasione per un ennesimo divertissement sinfonico per il gruppo modenese, che prende un brano dei Traffic, ‘No name, no face, no number’, e lo elabora aggiungendo flauti, archi, pianoforte e organo laddove esisteva una semplice melodia arrangiata con basso, chitarre e batteria. L'Equipe, famosa per i suoi lunghi tempi di gestazione e di incisione dei brani, si trovava tra l'altro in ritardo rispetto all'inizio del programma, per cui fu costretta nelle prime puntate a mandare in onda un ‘provino’ del brano, e nelle successive settimane l'ascoltatore più attento poté percepire la complessa gestazione dell'arrangiamento, fino ad avere nella quarta o quinta settimana la versione definitiva, che risultava effettivamente un po' troppo barocco e ridondante rispetto al contenuto melodico del brano” - Orlando R:, da www.hitparadeitalia.it).

Maurizio Vandelli: “Un anno”... boh, quasi nemmeno me la ricordo.

Ah, in “Un anno” c’è una citazione di “Dafne e Chloe” di Ravel. Ecco, lì è stato difficile convincere i flauti a suonare in si maggiore. Due di loro hanno smontato gli strumenti e volevano andar via, allora abbiamo rallentato la macchina in si bemolle: e questo è stato l’unico contrasto. A parte quella volta che ho ‘protestato’ un musicista, che secondo me non era all’altezza, e si è incazzato.. (Maurizio Vandelli)

A questo punto l’Equipe 84 decise di tornare a giocare sul sicuro (o sul molto probabile), e dopo due 45 giri con la facciata A firmata da autori italiani, che non avevano fatto sfracelli di classifica, si affidò allo sperimentato metodo delle cover.

Uscì così il terzo 45 giri dell’anno 1968: “Un angelo blu” (cover italiana di “I can’t let Maggie go” degli Honeybus, testo di Mogol) accoppiato con “Nella terra dei sogni” (cover, con testo italiano di Maurizio Vandelli, di “Land of make believe” degli Easybeats, il complesso australiano diventato famoso con “Friday on my mind” – l’anno prima ne avevano fatto una cover i Ribelli intitolandola “La follia”). Quale dei due brani fosse pensato come lato A non è chiaro: quel che è certo è che dei due funzionò più il primo.

Gli Honeybus erano un complesso londinese fondato da Pete Dello, messo sotto contratto dalla Decca per la sua etichetta Deram. Scrivevano e cantavano canzoni intelligentemente pop, con un tocco di psichedelia leggera. Dopo due 45 giri apprezzati dai critici ma non dal pubblico avevano centrato il successo (il loro primo e ultimo successo) con “I can’t let Maggie go”, uscita nel maggio del 1968: melodia accattivante, arrangiamento caratterizzato dalla presenza del fagotto, dell’oboe e del clarinetto, la canzone era salita fino all’ottavo posto delle charts britanniche.

Il testo inglese ritorna quasi precisamente in quello italiano, e anche l’arrangiamento ricalca quello dell’originale quasi nota per nota. Il risultato complessivo è però migliore, grazie soprattutto alla particolare voce di Maurizio Vandelli. E infatti il 45 giri entrò prontamente in Top Ten: decimo il 26 ottobre, salì progressivamente fino a toccare il sesto posto il 30 novembre, poi slittò in basso ma il 28 dicembre, alla sua ultima presenza in Top Ten, era ancora al nono posto. Chiuderà, nella classifica dei 45 giri più venduti del 1968, a un onorevolissimo venticinquesimo posto.

All’inizio dell’autunno 1968, quasi contemporaneamente al 45 giri di “Un angelo blu”, uscì anche l’album STEREOEQUIPE.

STEREOEQUIPE fu uno dei primi 33 giri italiani ad essere prodotto esclusivamente in versione stereo: infatti aveva come numero di catalogo SMRL 6060, dove la S indicava, appunto, la stereofonia (uscì contemporaneamente a “Tango” di Milva, che ha come numero di catalogo il precedente SMRL 6058 e a “Superbobby” di Bobby Solo, SMRL 6059). Fu pubblicato, in vinile, in una ricca confezione ad album, laminata d’argento, con sulla facciata A un’immagine solarizzata del complesso in arancione, e la scritta Stereoequipe in azzurro che occupa l’intera base della copertina, con un effetto di deformazione che suggerisce appunto la profondità della stereofonia; sulla quarta di copertina, quattro primi piani dei componenti dell’Equipe 84 montati a comporre un quadrato; all’interno, dominato dal color seppia e da effetti grafici liberty, sulla sinistra una foto del gruppo, sulla destra l’elenco dei titoli del disco e, in basso, a sinistra la scritta “Intermezzi di Maurizio Vandelli” e a destra un tondo con la dicitura: “Le registrazioni di questo disco sono state realizzate negli studi della Dischi Ricordi S.p.A. su una modernissima apparecchiatura a 8 piste che permette di ottenere una particolare pluridimensionalità dell’effetto stereofonico”. Gli studi di registrazione della Ricordi, in via dei Cinquecento, avevano in effetti acquistato nel 1967 un registratore a otto piste, e la prima canzone registrata con quell’apparecchiatura pare sia stata “29 settembre”, appunto dell’Equipe 84. L’album “Stereoequipe” conteneva 12 brani collegati fra loro dagli “intermezzi di Maurizio Vandelli”, brani orchestrali eseguiti dall’Orchestra Sinfonica della Scala di Milano (non accreditata ufficialmente). 

Sulla prima facciata del 33 giri erano raccolti i brani già usciti in precedenza a 45 giri, ma non nell’ordine cronologico di uscita e senza rispettare la sequenza lato A/ lato B.

La seconda facciata si apriva con “Un angelo blu” e si chiudeva con “Nella terra dei sogni” (rispettivamente lato A e lato B del 45 giri uscito pressoché in contemporanea con l’album), e fra questi due brani c’erano quattro inediti.

“Tutto è solo colore” è la cover di “Every little bit hurts”, scritta da Ed Cobb per Brenda Holloway, poi ripresa da Aretha Franklin, da Petula Clark e dagli Spencer Davis Group (il testo italiano è firmato da Maurizio Vandelli); “Hey ragazzo” è una canzone di Battisti-Mogol; “Per un attimo di tempo” è una canzone di Francesco Guccini, ma firmata per ragioni di SIAE da Maurizio Vandelli; e “Intermission riff” è una musica di Ray Wetzel, un tema jazz di Stan Kenton rivisitato che fu scelto come sigla del programma televisivo di approfondimento giornalistico “TV Sette”.

Maurizio Vandelli: Avevamo bisogno di qualche pezzo in più per fare l’album, allora ho chiesto a Battisti, ‘Lucio, che c’hai?’, e mi ha fatto sentire poca roba, “Hey ragazzo” non era granché... ma insomma serviva. “Ladro” e “Hey ragazzo” sono “Rashomon”, la stessa storia vista da due punti di vista. Lo stesso ho fatto con Guccini, e mi ha dato “Per un attimo di tempo”. Poi ho fatto il testo italiano di “Every little bit hurts” dello Spencer Davis Group. E “Intermission Riff” ci è stata commissionata della RAI, mi pare da Emilio Ravel, che ci ha dato il pezzo nell’esecuzione di Stan Kenton e ci ha chiesto di farne una nostra versione per la sigla di “TV7”. Ho preso in mano il sitar e quattro sax e ho fatto la versione in sei ottavi. E i legamenti orchestrali fra un pezzo e l’altro li ho composti, non li ho trascritti - non so se le ha trascritti Mariano Detto, al quale li ho dettati. Non li riconoscerei, adesso, se li sentissi, anche se li ho scritti io e se li ho diretti io. Anche il sequencing dei brani l’ho deciso io. Io mi facevo le mie idee, nessuno me le smontava; la responsabilità nel bene e nel male era mia: non che me l’avessero data, me l’ero presa. (Maurizio Vandelli)

STEREOEQUIPE, nonostante gli sforzi di Fatma Ruffini - allora ufficio stampa della Ricordi, oggi alto dirigente Mediaset - per promuoverlo, non fu un grande successo di vendite: del resto, all’epoca i 33 giri - a parte qualche rara eccezione, come quelli di Fabrizio De André - non erano ancora il supporto discografico più diffuso. E l’album dell’Equipe 84 non figura, nelle classifiche storiche di quell’anno, nemmeno fra i trenta più venduti. Era un disco troppo “alieno”, forse, per il gusto popolare dell’epoca.

Maurizio Vandelli: Io volevo ‘stereare’ l’equipe, volevo essere il primo a fare lo stereo in Italia, con dei casini tecnici che non t’immagini neanche, perché c’era il rischio del controfase, che all’ascolto cancellava uno dei due canali. Sono sempre stato un impallinato della tecnologia, e lo ero già allora. Volevo lo stereo, godevo a sentire certe cose stereo in cuffia... allora ho preso quel che c’era già per dare un po’ di colore ai pezzi già usciti. Ho stereato tutto lo stereabile, ho aperto le piste e ho rimissato. Volevo dare una firma ulteriore a quei pezzi

Comunque STEREOEQUIPE è figlio mio e di Valter Patergnani - con la ‘V’, mi raccomando: lui ci tiene. Patergnani, il fonico, era molto simpatico: era piccolino, con una voce un po’ trombettina, golfini, pettinatura ordinata... un bel personaggio, mi aiutava molto. A me piaceva sperimentare, in studio cercavo di fare invenzioni... Lui mi vedeva un po’ come un genietto: lo facevo sudare, però gli piaceva lavorare con me. (Maurizio Vandelli)

Tuttavia, confortata dai risultati di classifica di “Un angelo blu”, l’Equipe 84 s’appoggerà al repertorio dei successi internazionali anche l’anno seguente, con “Tutta mia la città” (cover di “Blackberry way” dei Move, con cui starà quattro settimane al numero 1), e poi con “Pomeriggio ore sei”, cover di “Marley Purt Drive” dei Bee Gees. Tornerà agli autori italiani nel 1970, con “Il sapone, la pistola, la chitarra e altre meraviglie” di Vito Pallavicini, Paolo Conte e Michele Virano, sigla dell’omonimo programma televisivo. Ma nel frattempo l’arresto del batterista Alfio Cantarella – trovato in possesso di pochi grammi di hashish – aveva complicato l’attività del complesso (e infatti “Il sapone...” fu registrata con l’aiuto di Mike Shepstone dei Rokes). Nascerà la “Nuova Equipe 84”, con Vandelli e Victor Sogliani ancora in formazione, e sarà questa (con Franz Di Cioccio alla batteria e Dario Baldan Bembo alle tastiere) a partecipare al Sanremo del 1971 in doppia esecuzione con Lucio Dalla con “4 marzo 1943”.

Usciranno poi il 45 giri “Casa mia” e un album omonimo; Di Cioccio lascerà il gruppo, che pubblicherà i 45 giri “Una giornata al mare” (firmato Conte) e “Pullman”. 

Ripreso il nome di Equipe 84 al rientro in formazione di Alfio Cantarella, il gruppo subirà altre defezioni e variazioni di formazione; nel 1973 pubblicherà due 45 giri e l’album DR. JEKYLL E MR. HYDE, l’anno seguente due 45 giri e l’album SACRIFICIO. 

Nella primavera 1981, Vandelli annuncerà lo scioglimento del gruppo e si dedicherà ad attività musicali in proprio. Tre anni dopo Sogliani e Ceccarelli riformeranno l'Equipe 84 con Alfio Cantarella per esibirsi al concerto in onore di Francesco Guccini del giugno 1984 a Bologna, dove presenteranno "Auschwitz" cantata da Sogliani; poi Cantarella abbandonerà il gruppo per dedicarsi all'attività di manager. 

A nome Equipe 84 uscirà nel 1990 l’album UN AMORE VALE L’ALTRO, realizzato da Sogliani e Ceccarelli con altri musicisti. Victor Sogliani morirà per un aneurisma nell’ottobre del 1995.

 

TRACKLIST

01. Nel cuore, nell'anima - Extended Version - (03:43)
02. Ladro - Extended Version - (03:15)
03. È dall'amore che nasce un uomo - Extended Version - (02:40)
04. Nel ristorante di Alice - Extended Version - (02:41)
05. 29 Settembre - Extended Version - (03:18)
06. Un anno - Extended Version - (03:59)
07. Un angelo blu - Extended Version - (03:20)
08. Tutto è solo colore - Extended Version - (03:35)
09. Hey ragazzo - Extended Version - (03:25)
10. Per un attimo di tempo - Extended Version - (02:30)
11. Intermission Riff - Extended Version - (02:04)
12. Nella terra dei sogni - Extended Version - (04:29)