«NATIVE INVADER - Tori Amos» la recensione di Rockol

Tori Amos tra antichi retaggi e nuovo impegno sociale con "Native invader"

Una realtà sconsolante e una natura fuori controllo: chi sono gli invasori nativi di Tori Amos. La nostra recensione

Recensione del 16 set 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Una natura complessa quella di Tori Amos, in perenne movimento alla scoperta di territori e intuizioni sempre differenti. La nuova ispirazione per la rossa pianista e cantante è arrivata nel corso di un viaggio in cerca di sé e in quelle sue radici di nativa americana che le hanno suggerito un intero album, il quindicesimo in studio, “Native invader”, in cui l'eclettica Tori si è rappropriata dell'antico retaggio Cherokee e del suo legame con un creato ancestrale, animato e bizzoso, come sono le stesse relazioni umane, mai così complicate quanto in questi tempi duri.

Un'essenza ritrovata che non si manifesta più nel ritmo che incita a liberare i corpi dalle costrizioni, ma che si propone adesso in un diverso sposalizio tra impulso e profondità, un equilibrio che la Amos ha in effetti ricercato con tenacia nei suoi lavori, a prescindere, purtroppo, dai risultati non sempre brillanti. La lenta risalita della china iniziata con il precedente “Unrepentant Geraldine” si muove adesso di un ulteriore mezzo passo in avanti con un percorso alla scoperta del luogo che ha nel sangue senza averlo mai davvero conosciuto ma che ha finito per indicare la chiave di volta dell’intero progetto, il concetto di “invasori nativi”, di coloro cioè che cercano casa dove invece risultano stranieri. Una condizione di smarrimento amplificata anche dalle vicende personali della stessa Tori: l’aggravarsi delle condizioni di salute della madre l’ha portata, suo malgrado, a fare i conti con l’idea di appartenenza alla sua terra, come canta in “Bang”, perché in fondo "immigrati è ciò che siamo tutti”. Una realtà che si è presto fusa e confusa con la sconsolante attualità dei nostri giorni, fatta di governanti oltranzisti e cambiamenti climatici fuori controllo. “Native invader” invita perciò, con le sue tematiche sociali e ambientali che non risparmiano attacchi alla deriva populista americana, a una rapida presa di coscienza collettiva prima che sia davvero troppo tardi. A fare da contraltare a questo mondo corrotto degli uomini c’è la presenza persistente di un ordine naturale, vivo e in perenne movimento, evocato in un brumoso e silvano “Reindeer king” a cui chiedere di ripulire l’anima mentre si torna indietro alle origini della vita ("back to you, back to you", ripetuto come un mantra).

Con una gigantesca iperbole si associano così gli sconvolgimenti del Pianeta Terra ai rapporti umani, secondo lo stesso identico ciclo vitale. Che siano privati o pubblici, i mali del nostro tempo di “Climb” o “Up the creek” sono evidenti e sintomatici di un malessere generale. Inondazioni, terremoti e tempeste, al pari di un sentimento tormentato, trasmettono la violenza della loro sostanza, come cantato in “Cloud riders” dove al rapido movimento delle nuvole nel cielo fa eco una ballata inquieta e suggestiva. Una sorta di credo animista aggiornato al presente, che ritorna costantemente in tutto il disco, così come le fascinazioni bibliche, retaggio di quella rigida educazione religiosa che ha sempre condizionato la scrittura della Amos, quasi che il viaggio non sia solo alla ricerca della sua origine, ma di tutte le proprie reminiscenze. 

Non ci sono colpi di scena in “Native invader”, strabordante di stratificazioni e di sinuosi arrangiamenti di beat sintetici, dove l’unico episodio che si smarca realmente dal contesto è la già citata “Up the creek” scossa da una ritmata progressione di chitarra ed elettronica. Alternando il suo classico barocchismo a efficaci digressioni pop fino alla conclusiva e delicata “Mary’s eyes” dedicata alla figura centrale della mamma, il risultato è un album complesso che preferisce ancora una volta le sovrastrutture alla spontaneità, anche quando è l’acustica a prendersi la scena, lasciando all’amico pianoforte il compito di fedele accompagnatore. Tori Amos canta di caos, degrado e dolore senza nemmeno provare a indorare la pillola, eppure al termine di questo lungo percorso - tredici brani, quindici nella versione deluxe - la ragazza della Carolina del Nord avrà in ogni caso lasciato una traccia del suo passaggio. 

 

TRACKLIST

01. Reindeer King (07:06)
02. Wings (04:09)
03. Broken Arrow (05:20)
04. Cloud Riders (05:23)
05. Up The Creek (03:22)
06. Breakaway (04:36)
07. Wildwood (04:41)
08. Chocolate Song (04:41)
09. Bang (06:11)
10. Climb (04:02)
11. Bats (04:18)
12. Benjamin (02:43)
13. Mary's Eyes (05:16)
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