«GOODNIGHT RHONDA LEE - Nicole Atkins» la recensione di Rockol

Nicole Atkins - GOODNIGHT RHONDA LEE - la recensione

Recensione del 22 lug 2017 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

“Goodnight Rhonda Lee” è la storia di una rinascita: dire addio ad una parte di sé, a quella  che ti ha creato più problemi, e ripartire riscoprendo le proprie radici. Nicole Atkins ha lasciato Asbury Park, la patria del Boss dove è cresciuta, e si è trasferita a Nashville, assieme al marito, alla ricerca della musica con cui è cresciuta. E ha lasciato alle spalle Rhonda Lee, il suo alter ego, e con lei i problemi di dipendenza dall’alcol. E’ ripartita grazie all’amico Chris Isaak che le ha dato la motivazione. E ha inciso un disco che, banalmente, si potrebbe definire fuori dal tempo, ma che in realtà è molto di più di tutto questo.

La prima volta che abbiamo avuto in redazione Nicole Atkins, qualche anno fa, ci ha cantato un pezzo Roy Orbison, “Crying”: “E’ quella che faccio in concerto quando suono da sola con la chitarra e voglio far vedere al pubblico che ci so fare”, disse ridendo. Rimanemmo a bocca aperta. Pur amando la sua musica e pur avendola avuta a suonare un’altra volta (nel nostro montacarichi), non avevamo capito fino in fondo le radici musicali di questa ragazza del New Jersey. 

“Goodnight Rhonda Lee”, il suo quarto album lascia, se possibile, la bocca ancora più spalancata. Mettetelo su, senza sapere chi è o solo guardando la copertina, (impossibile se state leggendo questa recensione - ma fatelo con un amico) e verrete catapultati in un macchina del tempo, in mondo parallelo in cui Roy Orbison è Dio e ha ricevuto tutta la fame l’onore che si merita, non solo quella frase di apertura di “Thunder road”, quel famoso concerto con Bruce, Tom, Elvis e George, e quel titolo di una sua canzone rubato per un film. 

In quel mondo, ma soprattutto in questo, Nicole Atkins è una delle più belle voci in circolazione: ha preso la lezione di Roy, ha nella sua voce la stessa intensità e le stesse sofferenze, e le ha portate in una nuova dimensione.

Le canzoni di questo disco hanno una pasta, un calore che le rende davvero spiazzanti - nel miglior modo possibile: ti stupisce come un disco del 2017 possa essere scritto, suonato e cantato così. Il riferimento, con le dovute differenze, lo ha dato la stessa Nicole, ed è Leon Bridges, autore di una sorta di “instant classic”, con l’acclamato debutto “Coming home”. “Goodnight Rhonda Lee”  è stato registrato negli stessi studi Niles City Sound a Fort Worth, Texas.

Ma il ritorno a casa di Nicole, più che al classic soul di Bridges, è alla torch song, alla canzone americana scura e tormentata, ma rivisitata senza i toni talvolta troppo sdolcinati o pop di certe interpreti moderne. Anzi, c’è una ricerca quasi filologica nei suoni e nella struttura dei brani, che però non sconfina mai nella riproduzione fine a se stessa del passato.

Un piccolo gioiello, da ascoltare di notte con un paio di cuffie, come nella copertina.

 

 

TRACKLIST

01. A Little Crazy (03:56)
03. Listen Up (03:10)
05. If I Could (03:24)
06. Colors (02:46)
07. Brokedown Luck (03:43)
09. Sleepwalking (03:46)
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