«MORE FAST SONGS ABOUT APOCALYPSE - Moby» la recensione di Rockol

Moby lo ha rifatto: un bel pugno in faccia con il Void Pacific Choir

Secondo capitolo per Moby & the Void Pacific Choir: un album godibile e da ascoltare. Perfetto per l'estate, in un certo senso... e con un messaggio di un certo peso

Recensione del 04 lug 2017 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Non è passato moltissimo tempo – una decina di mesi circa – dall’uscita del primo capitolo dell’avventura di Moby & the Void Pacific Choir… ma i tempi, evidentemente, erano maturi per un nuovo disco di questo progetto del cinquantunenne Richard Melville Hall (aka Moby, appunto).

Questo “More Fast Songs About the Apocalypse” è un altro bel diretto in pieno viso, che non sconfessa e forse affina ancor di più il discorso iniziato col precedente disco: siamo in presenza di una raccolta di composizioni decisamente energiche, muscolari, tese, iniettate di punk e post punk a tratti rabbioso, a tratti deliziosamente danzereccio – senza mai essere troppo spudoratamente commerciale.

Questi nove schizzi di rigurgito punk/wave con mareggiate electro pop sono pulsanti nella loro spontaneità. Nulla di complicato o ricercato, per carità, ma proprio questa è probabilmente la loro qualità più evidente: canzoni immediate, ma non banali. Orecchiabili, ma rabbiose. Melodiche, ma non usa e getta. Insomma, si sente che il buon Richard ha – come del resto è ben noto – avuto frequentazioni legate alla scena punk made in USA, visto che il punk (anche se non nella sua accezione più stereotipata e piatta) è un ingrediente fondamentale di questo progetto.

E allora godiamoci (lo confesso: l’estate coadiuva l’ascolto) queste nove schegge che meticciano un sound con radici che affondano nel terreno della post punk nervoso e magistrale dei Mission Of Burma, nell’energia schizoide dei mai troppo venerati (e criminalmente dimenticati) Screamers, nell’impeto di certo hardcore nato nell’area di Washington all’ombra della Dischord Records, ma anche nella migliore new wave mancuniana alla New Order/Joy Division. I testi sono impegnati come Moby sa essere (e l’elezione di Trump non ha fatto altro che esacerbare la sua vis polemica), la musica fa ballare e pogare, ma con un tocco di leggerezza che non guasta, per far passare il messaggio, che tocca argomenti che spaziano dalla politica statunitense ai diritti degli animali, dal veganesimo all’antirazzismo, dai diritti della donna all’ambientalismo.

Provate ad ascoltare “All the Hurts We Made”, “In this Cold Place” e “If Only a Correction of All We’ve Been”, tripletta collocata proprio al centro della tracklist, e capirete esattamente di cosa stiamo parlando: musica che dà la scossa senza innalzare barriere all’entrata. Vibrante come il punk, accattivante come l’electro/new wave più riuscita, godibile come il migliore pop e – ok lo dico – anche un filino tamarra, che non guasta mai. Perché in un certo senso it’s only (modern) rock’n’roll. And we like it.

TRACKLIST

01. Silence (03:56)
02. A Softer War (04:29)
03. There's Nothing Wrong with the World There's Something Wrong with Me (03:51)
04. Trust (02:49)
05. All the Hurts We Made (05:06)
06. In This Cold Place (03:56)
07. If Only a Correction of All We've Been (05:25)
08. It's so Hard to Say Goodbye (03:27)
09. A Happy Song (02:48)
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