«COVER STORIES: BRANDI CARLILE CELEBRATES 10 YEARS OF THE STORY - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Che ci fanno Pearl Jam e Adele nello stesso disco?

Il gruppo di Eddie Vedder, la pop star inglese, Jim James, Avett Brothers, Margo Price, Dolly Parton e altri rifanno l'album di Brani Carlile "The story" canzone per canzone. Scopo: raccogliere fondi per la ong War Child.

Recensione del 17 mag 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Che ci fanno Pearl Jam, Adele e Dolly Parton nello stesso disco? La storia inizia dieci anni fa, quando l’americana Brandi Carlile pubblica il secondo album “The story”. Registrato su nastro praticamente dal vivo nell’arco di una decina di giorni, era una mossa perfetta per la cantautrice di Seattle inserita da Rolling Stone due anni prima nell’elenco dei “10 artisti da tenere d’occhio”. Eppure le parti vocali cariche di pathos – qualcuno fece il nome di Thom Yorke, qualcun altro di Jeff Buckley –, la qualità della scrittura e la produzione di T Bone Burnett sarebbero passate inosservate se non fosse stato per l’inclusione di alcune canzoni nella serie tv “Grey’s anatomy”, in alcuni film e spot pubblicitari. Dieci anni dopo Carlile, già attiva in varie campagne benefiche attraverso la fondazione Looking Out, si regala un tributo a “The story” cui partecipano il gruppo di Eddie Vedder, la pop star inglese e la country star americana, accomunati da una buona causa: raccogliere fondi per War Child UK.

Il rapporto fra il rock e la Ong che si occupa di assistenza all’infanzia nelle zone di guerra risale a “Help”, album del 1995 uscito in piena Cool Britannia con dentro Oasis, Blur, Stone Roses, Radiohead, Suede, Massive Attack, Portishead. “Cover stories” è un’operazione più stimolante: non una compilation, ma un tribute album in cui “The story” viene rifatto canzone per canzone. E così, oltre a raccogliere fondi per War Child, funziona anche da stimolo per recuperare un disco dimenticato dai più, che si colloca all’intersezione fra rock, pop e country. Dieci anni dopo, “The story” assume un nuovo significato: era il disco di una ragazza che faceva i conti con sentimenti di amore, confusione e solitudine, oggi è la testimonianza di uno slancio ideale e dei fermenti musicali provenienti di Nashville, e non solo. “Mi aspettavo versioni lo-fi, un sacco di demo registrati con iPhone e GarageBand sul retro del bus tour”, ha detto Carlile. “E invece sono rimasta sorpresa nello scoprire che sono tutti andati in veri studi di registrazione e hanno investito molto nelle canzoni”. Si sente: “Cover stories” non è un tributo raccogliticcio, il livello medio è buono, le performance sentite.

“The story” era un album molto americano. Artisti come Dolly Parton, che mette nella title track voce, pathos, esperienza maturati con l’età, oppure Kris Kristofferson, che recita più che cantare “Turpentine”, ne mettono a nudo le radici country che già emergevano in “Have you ever”, qui in una versione degli Avett Brothers magnificamente interpretata. Gli Old Crow Medicine Show spingono sull’acceleratore e tingono “My song” di bluegrass; l’autrice di uno dei migliori dischi country degli ultimi anni, Margo Price, rifà “Downpour” senza cercare di replicare il pathos dell’originale, ma aggiungendoci un feeling fuori dal tempo; la star Miranda Lambert è vagamente udibile nei cori di una “Josephine” quasi country-soul interpretata dal fidanzato Anderson East.

Non c’è solo country. Jim James dei My Morning Jacket, ad esempio, prende “Wasted” e gioca con timbri cupi, una linea di basso profonda e la voce filtrata: è l’episodio più strano, non il migliore. Nel 2007 le Indigo Girls facevano i cori in “Cannonball”. Se la riprendono trasformandola in una ballata pianistica dagli echi vagamente beatlesiani e dal bell’arrangiamento di fiati. “Again today” aveva un’atmosfera sospesa e amara, salvo poi sfociare in un crescendo melodrammatico. I Pearl Jam la rifanno strizzando l’occhio allo stile turbolento dei Ramones, privandola del pathos che aveva sostituendolo con un po' di epica, con la stessa Brandi ai cori (in passato la cantautrice ha collaborato con il chitarrista del gruppo Mike McCready). Anche gli artisti meno noti – Shovels & Rope, Torres, le Secret Sisters in passato prodotte da Burnett – se la cavano bene.

Solo due di queste canzoni erano già state pubblicate. “Shadow on the wall” di Ruby Amanfu (presente la voce femminile di “Love interruption” di Jack White?) era stata pubblicata nel 2015, mentre la versione per chitarra e voce di Adele di “Hiding my heart” era una bonus track di “21”. È stata proprio l’interpretazione dell’inglese a suggerire a Carlile l’idea del cover album, incitando i fan a pubblicare sulle piattaforme social il messaggio “Hello, Adele? @BrandiCarlile is trying to reach you”. Evidentemente ha funzionato. “Questa è una storia tipo Davide e Golia”, ha scritto la cantautrice. “Da quando sono madre, non riesco a concepire l’idea della bellissima vita di un bambino distrutta dalla guerra. Perciò ho chiesto ai miei eroi e amici di aiutarmi a lanciare una pietra al gigante che è la crisi dei rifugiati e prestare aiuto nell’unico modo che conosciamo: attraverso il potere della musica”. Brandi Carlile ci ricorda che, assieme, possiamo costruire per i nostri figli un mondo più giusto e pacifico. Non lo dico io. Lo scrive l’autore delle note introduttive all’album, tale Barack Obama.

TRACKLIST

01. Late Morning Lullaby (Shovels & Rope)
02. The Story (Dolly Parton)
03. Turpentine (Kris Kristofferson)
04. My Song (Old Crow Medicine Show)
05. Wasted (Jim James)
06. Have You Ever (The Avett Brothers)
07. Josephine (Anderson East)
08. Losing Heart (The Secret Sisters)
09. Cannonball (Indigo Girls)
10. Until I Die (Torres)
11. Downpour (Margo Price)
12. Shadow on the Wall (Ruby Amanfu)
13. Again Today (Pearl Jam)
14. Hiding My Heart (Adele)
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