«VOLCANO - Temples» la recensione di Rockol

Il ritorno dei Temples, un'eruzione in piena con "Volcano"

Ecco "Volcano", il secondo album dei Temples, kitsch e irresistibile. La nostra recensione

Recensione del 04 apr 2017 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Ci vuole una buona dose di coraggio per realizzare un disco come “Volcano”. E anche tanta faccia tosta, senza dubbio. La storia è quella dei Temples, dalla provincia inglese, con grandi sogni e idee che guardano più al passato che al futuro. Una formazione certamente poco innovativa, per la quale tuttavia sono state spese parole parecchio lusinghiere da parte di personaggi del calibro di Johnny Marr e Noel Gallagher, non proprio gli ultimi arrivati. Il grande successo del debutto del quartetto di Kettering, ovvero quel “Sun structures” che nel 2014 li aveva proiettati nell’empireo delle “next big thing”, con una mistura tutta british di beat, rock e un po’ di sano spirito lisergico, ha fatto crescere le aspettative intorno alla lavorazione del nuovo materiale, che con una gestazione di quasi tre anni si è finalmente mostrato in tutto il suo colorato splendore.

Così, dopo il primo fulmineo interesse suscitato, la band è tornata dal suo progressivo allontanamento dai riflettori con un disco di molto sopra le righe, “Volcano”, appunto, un lavoro che al pari dell'omonima struttura geologica è un concentrato di materiale incandescente che non aspetta altro che traboccare dal suo naturale alveo. Eruttando un’inaspettata vena barocca, i ragazzi, invece di proseguire sulla stessa rotta del fortunato esordio dove a farla da padrone erano le chitarre, spesso acide e ricche di riverberi, hanno preferito mettere su nastro un album pieno di orpelli ma con le sei corde quasi sempre in secondo piano, sostituite da una pioggia di synth e tastiere che virano immediatamente su un sound fumettoso, ma anche affabilmente ruffiano come pochi altri.

Avendo il peso delle aspettative sulle loro giovani spalle, i Temples si sono dimostrati ancora una volta credibili in un genere dal forte impatto rétro, ma anche audaci nel giocarsi una “nuova” carta nel variegato panorama dei moderni nostalgici degli anni duemiladieci. “Certainty”, il primo singolo - nonché brano d’apertura - mostra fin dalle prime battute una efficace traiettoria pop-psichedelica di facile presa, allegramente posticcia ma assolutamente funzionale a inquadrare quanto basta la svolta di James Bagshaw e soci. Dopo un senso di smarrimento iniziale, è chiaro che “Volcano”, con il suo incedere caldo, kitsch e sfrontato, rompe un’ulteriore barriera nell'ultima ondata di modernariato musicale. Citazionisti quanto basta per risultare confortevoli, i Temples preferiscono orientarsi su incastri melodici brillanti, falsetti quasi femminei e un uso massiccio di strumentazioni elettroniche sì vintage ma anche laccatissime, con uno stile che in più di un’occasione sembra arrivare dritto da quegli anni Ottanta tutti cotonature a prova di ozono. Un’ondata euforica di note che si manifesta con forza nel ritornello di “Roman god-like man”, nell’incedere spaziale di “How would you like to go?” così come nella curiosa “Mistery of pop”, il cui titolo già dice molto su quali fossero gli orizzonti che al gruppo interessava esplorare.

Il paragone spontaneo è quello fin troppo citofonato con i Tame Impala di Kevin Parker, che nell’ultimo “Currents” avevano deposto le chitarre in favore di un sound più liquido e ricco di tastiere. Un’analogia di intenti nel rievocare lo spirito sognatore di un tempo attraverso l'utilizzo spinto di certa tecnologia, che però nel caso dei Temples vira in modo più marcato verso un pop squillante e sbarazzino. Ascolto dopo ascolto, questo “Volcano” acquisisce uno spessore e anche una sua quadra che a un primo livello sembra non essere affatto presente. Così, in chiusura, si finisce per ritrovarsi un po’ travolti dalla trappola tesa dalla luminosa orecchiabilità di “Strange or be forgotten”. Un album fin troppo strabordante nei suoni e retromaniaco quanto dai Temples è lecito aspettarsi, ma di una materia decisamente più leziosa, e niente affatto superficiale.

TRACKLIST

01. Certainty (04:24)
02. All Join In (04:08)
04. Oh the Saviour (03:45)
07. Open Air (04:46)
08. In My Pocket (03:03)
09. Celebration (04:19)
10. Mystery Of Pop (03:24)
11. Roman God-Like Man (03:50)
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