«AMORE, LAVORO E ALTRI MITI DA SFATARE - Lo Stato Sociale» la recensione di Rockol

Lo Stato Sociale di lotta e di governo

Cantano male e non sono grandi musicisti, eppure sono un fenomeno e in aprile suoneranno al Forum. Lo Stato Sociale, il gruppo più divisivo degli ultimi anni, è serio però ironico, ma anche disilluso e combattivo, pure leggero e pensante: la recensione

Recensione del 13 mar 2017 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Qui si balla sulla precarietà di amori, lavori, vite. Ci sono testi in cui si mandano a quel paese tutti quanti, canzoni d’amore sfacciatamente tenere, frasi impietose su come campa un trentenne in Italia oggigiorno, tanta voglia di superare la stasi in cui viviamo. “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” è anche il disco in cui i cinque musicisti bolognesi accettano l’idea che Lo Stato Sociale sia un gruppo grazie al quale campare, non solo un progetto bislacco sfuggito di mano e diventato enorme. Quello in cui diventano “ometti”, come dicono loro. Suona in modo più curato, ragionato, radiofonico rispetto ai due che l’hanno preceduto: lo Stato Sociale in bella copia.

Contiene canzoni oscenamente pop (copyright Francesco Bianconi) come “Buona sfortuna”, leggera e ammiccante, accompagnata da un video con citazione trash del boss dei prediciottesimi, ma anche pezzi che ti aspetti dal gruppo, ad esempio “Mai stati meglio” sui buoni consigli che tutti quanti riceviamo ogni giorno. L’album è dato in licenza alla Universal, ma Lo Stato Sociale ci dice che si può divertire anche senza ritornelli, come recita il, ehm, non-ritornello della canzone. E insomma, è Lo Stato Sociale di lotta e di governo.

Lo Stato Sociale è sempre più un collettivo e difatti qui cantano tutti, con prevalenza di Lodo Guenzi che si becca quattro canzoni. Si attraversano vari registri: ironia, sentimentalismo, invettiva politica, introspezione, slogan da social, incazzatura. Sono seri però ironici, ma anche disillusi e combattivi, pure leggeri e pensanti, respingenti e paraculi, per un sapore complessivo dolce e insieme amaro che s’insinua a partire da “Sessanta milioni di partiti”, bignami del disco e forse persino del gruppo. C’è tutto un mondo di trentenni e canzoni a cui uno s’affeziona perché ci si riconosce, è il potere dell’orizzontalità che caratterizza la musica del quintetto, il suo punto di forza. È la filosofia che governa la band: le persone normali che fanno cose straordinarie sono più interessanti delle persone straordinarie che fanno cose normali.

Non che “Amore, lavoro e altri miti da sfatare” contenga qualcosa di straordinario dal punto di vista musicale. È pur sempre musica fatta in modo autarchico da un gruppo che ha imparato a suonare “un po’ alla cazzo di cane” (lo dicono loro), ma con sopra una bella verniciata di professionalità, i fiati, le tante tastiere elettroniche, qualche esotismo, un electro-punk incazzoso da band del liceo, melodie che finiscono che imprimerti in testa come quella di “Amarsi male”. E addirittura una classicissima dichiarazione d’amore, “Vorrei essere una canzone”, il pezzo più tradizionale e sentimentale mai inciso dallo Stato Sociale, vien quasi il dubbi oche sia questa la canzone di cui parlava “Te per canzone una scritto ho”, quella scritta e poi dimenticata.

“Vorrei essere una canzone” è uno dei pochi momenti in cui non viene espresso il senso di precarietà di questi tempi, un concetto che si estende dal lavoro ai sentimenti, dalla politica alle relazioni. Le due cose si sovrappongono in “Eri più bella come ipotesi”: apparentemente una canzone d’amore, in realtà una storia collettiva. Nel disco c’è pure qualcosa di più personale, un’apologia dell’istinto, una rivendicazione d’indipendenza, parole sparse qua e là su cosa significhi oggi avere successo (un altro dei miti da sfatare, evidentemente) per una band cresciuta velocemente e direi sorprendentemente. A un certo punto arriva “Nasci rockstar, muori giudice ad un talent show”: viene in mente Manuel Agnelli, in realtà racconta quel che succede quando il tuo seguito cresce e sei tuo malgrado inserito in certi meccanismi, per cui nasci artista di strada e muori imprenditore.

Uno dei gruppi più divisivi degli ultimi anni, Lo Stato Sociale è a volte criticato per i motivi sbagliati: perché troppo poco politicizzato, perché fintamente politicizzato, per la varietà dei registri, perché troppo ammiccante, perché sembrano canzoni che esprimo concetti seri, perché strampalati, per la portata generazionale delle canzoni. Ci si scorda l’unica critica oggettiva che si può muovere: non sono musicisti in grado di “parlare” attraverso gli strumenti, non sono autori in grado di costruire canzoni brillanti dal punto di vista armonico o ritmico, sono cantanti oggettivamente così così. Loro lo sanno e in “Quasi liberi” invitano a fidarsi “di chi non si vergogna di cantare come gli viene”. Nonostante le loro carenze o forse in virtù delle loro carenze, attirano un pubblico che si è via via allargato facendoli passare dai localini ai palasport. È la cosa formidabile e allo stesso tempo frustrante per un appassionato di musica: Lodo, Carota, Albi, Bebo e Checco mettono in scena la propria normalità non solo di persone, ma anche di musicisti. Danno l’impressione di farlo senza filtri, usando il minimo della sofisticazione artistica. Resta la domanda: voglio che la mia normalità finisca in un disco o preferisco ascoltare qualcuno che sia meglio di me?

TRACKLIST
Sessanta milioni di partiti
Amarsi male
Quasi liberi
Buona sfortuna
Eri più bella come ipotesi
Niente di speciale
Mai stati meglio
Nasci rockstar, muori giudice ad un talent show
Per quanto saremo lontani
Vorrei essere una canzone

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