«KOTA - Taylor Hawkins» la recensione di Rockol

Taylor Hawing è il "King of the assholes"?

Il debutto solista del batterista dei Foo Fighters non è un semplice divertimento. La recensione di "KOTA"

Recensione del 21 nov 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Non c’è dubbio che Taylor Hawkins, oltre a uno spiccato senso dell’umorismo deve avere una passione fuori controllo per gli anni Ottanta. Il decennio dei lustrini e delle cotonature in effetti sembra aver lasciato un segno profondo nell’immaginario del batterista che da più di vent’anni dirige la ritmica dei Foo Fighters. Con “KOTA” - misterioso acronimo che nella versione più accreditata risponde a “king of the assholes” - il primo album pubblicato esclusivamente a proprio nome, dopo le uscite con i Coattail Riders e i Birds of Satan, il musicista di Fort Worth dà sfogo alle sue pulsioni artistiche più laccate, a cominciare dalla grafica di copertina in perfetto stile Commodore 64, con le sue linee geometriche e i colori fluo.

Approfittando del periodo di pausa della sua titolata compagine, Taylor Hawkins ha deciso di fare tutto da sé, destreggiandosi tra canto e strumentazioni assortite, con il solo aiuto di un paio di fidati amici e colleghi come Nate Mendel al basso e Chris Shifflett alle “parti difficili” di chitarra. Nelle sei tracce che compongono il lavoro, il biondo dei Foos ci offre storie brevi e caustiche che in un modo o nell’altro finiscono tutte per incastrasi tra loro, in quella che lo stesso autore presenta come “la vita di un rocker che vive nello stesso quartiere delle sorelle Kardashian”. Già con il primo singolo estratto, “Range rover bitch”, un divertente quanto cazzaro power pop, tutta l’ironia dietro al progetto viene subito allo scoperto, perché è davvero difficile pensare a “KOTA” come un disco impegnato quando in scaletta figura un pezzo di inarrivabile saggezza come “Bob quit his job” in cui ci viene offerto un ritornello così volutamente improbabile che lo stesso Grohl l‘ha definito "il brano più stupido di sempre".

Eppure, nonostante la sua aria da semplice divertissement, tutto il dischetto funziona bene, suonando sporco, fuori tempo e stupidamente genuino. I riferimenti alti sono le figure di batteristi-compositori come Roger Taylor dei Queen e Stewart Copeland, musicisti tecnicamente validissimi e all’occorrenza cantanti, così come lo stesso Hawkins - il cui debole per il microfono non è certo una novità, visto che in più di un’occasione ha dato voce a brani per il suo gruppo, tipo “Cold day in the sun” da “In your honour” o la cover di “Have a cigar”, nel singolo di “Learn to fly”. 

“KOTA” è un disco che aggiungerà poco alle fortune di Taylor Hawkins, se non quella di dare un’ulteriore prova della sua abilità di buon performer e grande intrattenitore. Il mini album alla fine va preso per quello che è, un esperimento o una semplice voglia di mettersi alla prova, dove tutto scorre in modo veloce e piacevole, senza troppi fronzoli e alcuna velleità di innovazione. Se in “Rudy” le vibrazioni della band di “Bohemian rhapsody” sono palesi, nella muscolare “Tokyo no no” è l’indole più rock a venire fuori con un sound che ricorda da vicino i Thin Lizzy del mai troppo compianto Phil Lynott.

Derivativo se vogliamo, ma con l’appeal giusto per porsi a metà strada tra i Foo Fighters e il rock caciarone d’altri tempi, capace nei suoi diciannove minuti di raccontare tutto lo spirito dissacrante di Hawkins, mantenendo sempre alta la bandiera della goliardia. Un buon concentrato di grinta surfista e animo pacchiano, coscienzioso come solo una pizza pepperoni sa essere.

TRACKLIST

01. Range Rover Bitch (02:49)
02. Bob Quit His Job (02:46)
03. Southern Belles (02:49)
04. Rudy (03:59)
05. Tokyo No No (03:09)
06. I’ve Got Some Not Being Around You to Do Today (03:54)
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