«RAVE UN2 THE JOY FANTASTIC - Prince» la recensione di Rockol

Prince - RAVE UN2 THE JOY FANTASTIC - la recensione

Recensione del 08 dic 1999

La recensione

Il musicista senza nome fa quadrato. Si sa, questi non sono tempi facili per lui. Aldilà delle questioni discografiche, L’Artista Precedentemente Noto Per Quanti Dischi Vendeva, ora incontra la diffidenza dei più. Coloro che prima trovavano la sua musica eccitante e geniale, adesso al suono del suo nome fanno spallucce, sorridono e liquidano la questione: “Si è bevuto il cervello”. Troppo imprevedibile, troppo megalomane, star che si ribella al meccanismo che ha fatto di lui una star. Dischi tripli, dischi solo su Internet, dischi (come l’ultimo “Newpower soul”) poco convincenti. Vuoi mettere con le accattivanti contaminazioni della nuova black music, i duetti, le collaborazioni coi produttori alla moda? ... Segno dei tempi, avrebbe detto un tale Prince.
Eppure, solo 4 anni fa, “The gold experience” ci aveva ancora una volta regalato un’Artista Precedentemente Noto Per Essere Un Genio della musica pop, per una ispirazione freschissima e una capacità di attraversare gli stili senza costringersi a farlo per accontentare la gaia critica. Possibile che quattro anni dopo sia scoppiato? Pure, questa corrente di pensiero è forte.
Così, questo disco, così espansivo nel titolo, è in realtà un bisogno di ritrovarsi, di ridefinire la propria essenza e il proprio sound. Diciamo subito che non contiene brani “forti”, ragion per cui pochi troveranno modo di amarlo come album. Ma sicuramente contiene Prince, Tafkap, il Simbolo - incontenibile per sua fortuna e disgrazia (e per fortuna e disgrazia di quelli che continuano a credere in lui) in questi ultimi anni. Contiene un ripiegamento sulla propria inconfondibile capacità di essere un medium in grado di captare tanti stili e ritrasmetterli a propria immagine e somiglianza. Ed è importante che mentre Will Smith ricicla i Clash e Mary J. Blige ricicla Elton John (e tutti: “oh, che meraviglia!”), ci sia chi continua a credere in se stesso come capacità di sintesi e di invenzione musicale, producendo un suono che non può appartenere a nessun altro. Forse proprio per questo nessun brano emerge sugli altri: perché questo disco è essenzialmente una ricerca di se stesso più che del contatto con l’ascoltatore. E forse proprio per questo i brani dai quali ci si aspetta qualche fermento risultano meno convincenti: la title-track, ad esempio, non comunica la “gioia fantastica” di “1999”. Ma non a caso, è nei brani più intimi, le ballate, che ci scappa qualche brivido: “Man’o’war” e “I love you but I don’t trust you anymore” sono solo nipotine di “The beautiful ones”, ma il codice genetico è quello. E le presenze di Ani Di Franco e Chuck D, Maceo Parker e Gwen Stefani, le ombre benevole di Miles Davis e Sheryl Crow, sono - per incredibile che possa sembrare - quasi inavvertibili, ma utili a rassicurare il capocantiere, unico responsabile della ricostruzione della propria dispersa (con tutti quei nomi!) personalità. Ma questo disco, per quanto non un capolavoro, è un disco importante. Quanto un cartello con la scritta: “Stiamo lavorando per voi”. Aspettiamo fiduciosi.
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