«THE SERENITY OF SUFFERING - Korn» la recensione di Rockol

Korn - THE SERENITY OF SUFFERING - la recensione

Recensione del 25 ott 2016

La recensione

di Andrea Valentini

Disco numero 12 per i veterani del nu-metal (e non solo, viste le varie fasi musicali che hanno attraversato) Korn: se la matematica non è un’opinione, il conteggio netto è di un disco ogni due anni – anzi, meno di due anni… una media più che solida e ammirevole.
Con questo “The Serenity of Suffering” la band di Bakersfield prosegue sul sentiero tracciato nel precedente “The Paradigm Shift” (2013), lasciandosi alle spalle, dunque, tutte le eventuali velleità di sperimentazione, novità e volontà di stupire con sonorità inaspettate… il campionato, ora, è senza ombra di dubbio quello del nu-metal/alt metal più pesante e rabbioso.
Signori e signore, benvenuti nel 1998.

Non è un procedimento astruso, né mai visto: spesso accade – e in particolare in ambito di musica estrema – che le band sentano il bisogno (o venga loro “fatto sentire”) di un ritorno alle proprie origini, una sorta di pellegrinaggio alle radici del proprio sound, un omaggio alla gioventù, all’esuberanza e alla freschezza dei propri esordi. In quest'ottica “The Serenity of Suffering” è decisamente in lizza per il podio del disco più heavy mai inciso – almeno fino a ora – dai Korn. Che hanno scelto di spingere l’acceleratore sull’aspetto più duro, cupo e violento del loro canzoniere.

Una pesantezza portata al parossismo, sostenuta principalmente da riff di chitarra (rigorosamente accordate in downtuning) che possiedono la finezza di un’incudine che cala su una tazza di porcellana da un’altezza di una decina di metri: potenza immane, forse esagerata. Ecco, la sensazione è che sia un po’ scappata la mano e che i Korn abbiano deciso di fare i Korn ma ci abbiano provato troppo, arrivando a un risultato che in alcuni frangenti è quasi caricaturale.
Non è dato sapere se per Jonathan Davis & co. questo doveva essere un reboot di carriera o che altro; comunque sia, i Korn hanno dimostrato ciò che non avevano reale necessità di dimostrare: di essere in grado, cioè, di esagerare. Cosa che li avevamo già visti fare sulla cresta temporale che divise gli anni Novanta dagli Zero e di cui sapevamo essere ben capaci.

In realtà il disco è molto “di genere”, ma buono, sia chiaro. Probabilmente il vero inghippo è che a fronte di un genere – appunto – che non è sicuramente invecchiato alla grande (il nu metal), risulta un’impresa molto complessa non finire a suonarsi addosso e autocitarsi, operazione sempre piuttosto pericolosa.

I momenti migliori? La perversa (ed helmetiana a tratti) “Black is the Soul”, la sincopata “The Hating”, il carnevale horror di “A Different world” (con Corey Taylor ospite).

TRACKLIST

01. Insane (03:50)
02. Rotting In Vain (03:33)
03. Black Is The Soul (04:01)
04. The Hating (04:22)
05. A Different World (feat. Corey Taylor) (03:20)
06. Take Me (03:00)
10. Next In Line (03:28)
11. Please Come For Me (02:53)
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