«ISOLATION CULTURE - His Clancyness» la recensione di Rockol

His Clancyness - ISOLATION CULTURE - la recensione

Recensione del 14 ott 2016 a cura di Marco Jeannin

La recensione

Un paio di anni fa, gli His Clancyness si sono chiusi in uno scantinato per pensare al nuovo disco, il successore di “Vicious”. L’idea, piuttosto interessante era di mettersi con calma a provare e sperimentare senza limiti ma con il solo scopo di scrivere pezzi nuovi. Non hit: solo pezzi nuovi. Un’idea vecchia scuola che trovo piacevolmente retrò, in linea con la fede indie che la band (perché da un paio di album a questa parte si parla di band vera) propugna da tempo. E sempre preferibile prendersi del tempo per lavorare in autonomi a e libertà a un disco.

Ad oggi, gli His Clancyness sono probabilmente la band d’esportazione più concreta in circolazione. Certo, avere Johnatan Clancy in squadra aiuta, ma è fondamentale che dal lavoro in studio esca una musica che sappia reggere palchi internazionali. “Isolation culture” in questo senso è una collezione di brani che troverà la sua dimensione ideale proprio oltre confine, più per una questione di sound e composizione che altro. Non mi si fraintenda: il tema dell’isolamento culturale che i ragazzi propongono, riflesso di quell’isolamento che ha portato effettivamente nel corso degli ultimi due anni a pensare e scrivere il disco, mi attira quel tanto che basta ad entrare in empatia, ma quello che sinceramente mi ha più colpito è la ricerca fatta sul suono, sulla combinazione di atmosfere talvolta più marcatamente indie rock, quasi velvetundergroundiane che rimandano al precedente “Vicious”, ma spesso più psichedeliche alla Tame Impala prima maniera o War on Drugs, o addirittura brit e alla Arcade Fire.

E forse, tutto sommato non è del tutto vero dire che in “Isolation culture” non ci sono delle hit. O meglio, sì, non ci sono singoli, però ci sono composizioni solide e in grado di uscire alla distanza; di gran lunga la cosa migliore. Lo ammetto, non sono mai stato un grande fan del gruppo, specialmente quando gli His Clancyness un gruppo gruppo non erano. Ho sempre percepito un po’ troppo forzata la voglia di Clancy di andare a ricercare a tutti i costi l’anima alternativa (sua) e dei pezzi piuttosto che abbandonarsi e lasciarla fluire direttamente dai pezzi stessi. Nel 2016 certifico di aver cambiato idea grazie ad un disco sincero, che ha idee, cuore, riff e inventiva. “Isolation culture” è un album maturo che suona davvero molto bene grazie anche all’ottimo lavoro fatto da Matthew Johnson presso i Suburban Home Studio di Leeds e da Stu Matthews (Beak, Anika, Portishead) agli Invada Studio dei Portishead; la scelta di due produttori non è casuale. La band, Johnatan Clancy, Jacopo Borazzo (Disco Drive), Giulia Mazza (A Classic Education) e Nico Pasquini (Buzz Aldrin, Stromboli), ha preso questa strada per poter “… catturare al meglio lo spirito delle loro sperimentazioni”. Ecco, questo mi basta per capire che quello che sto ascoltando non è casuale ma frutto di un’idea. Una buona idea.

Pezzi suggeriti? La titletrack, “Dreams building dreams”, “Calm reaction”. “Isolation culture” è una conferma travestita da sorpresa. Bel disco.

TRACKLIST

01. Uranium (03:18)
02. Watch Me Fall (03:00)
03. Pale Fear (04:11)
04. Isolation Culture (03:20)
05. Dreams Building Dreams (05:54)
06. Isolate Me (00:55)
07. Calm Reaction (04:51)
08. Xerox Mode (03:10)
09. Impulse (04:59)
10. Nausea (03:30)
11. Cuuulture (00:48)
12. Only One (05:00)
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