«13 VOICES - Sum 41» la recensione di Rockol

Sum 41 - 13 VOICES - la recensione

Recensione del 15 ott 2016 a cura di Barbara Nido

La recensione

Sono passati vent’anni da quando cinque ragazzi canadesi hanno fondato una band che sarebbe poi divenuta un’icona del punk-rock degli anni ‘90; all’epoca si chiamavano “Kaspir” e lottavano strenuamente per realizzare il loro sogno.nCambiarono il loro nome in Sum 41, nel 1999 firmarono il loro primo contratto con la Island Records e nel 2001 pubblicarono “All killer no filler”, da cui estrassero la canzone “Fat lip” che sbaragliò tutte le radio durante la seguente l’estate. Passarono gli anni e la scalata verso il successo concesse ai ragazzi molte soddisfazioni: tracce spesso selezionate per colonne sonore di film, serie tv e videogiochi, tour mondiali, partecipazioni a documentari. Ma anche qualche duro colpo:  Dave Baksh (chitarrista fondatore della band) lasciò il gruppo e, soprattutto, crebbero i problemi di alcolismo del frontman Deryck Whibley.

Così giunse il 2011: la band pubblicò “Screaming bloody murder”, un disco molto diverso dai precedenti che venne influenzato dal recente divorzio del cantante dalla ex-moglie, nonché collega, Avril Lavigne. Il gruppo sperimentò una nuova battuta d’arresto quando nell’aprile del 2013 Steve Jocz abbandonò il progetto Sum 41; a questo punto si fermarono i tour e i Sum 41 si chiusero nel silenzio, che durò fino al febbraio del 2014, momento in cui Deryck comunicò l’inizio del lavoro per creare nuove tracce. Pochi mesi dopo il cantante venne ricoverato in ospedale per un collasso dovuto e, per questo motivo, la realizzazione del nuovo materiale slittò ulteriormente; il 2015 fu l’anno della svolta: i Sum tornarono ad esibirsi dal vivo in occasione degli Alternative Press Music Award con, al loro fianco, Dave Baksh; ad Agosto la conferma: il chitarrista è ufficialmente tornato nel gruppo.

È questo il contesto in cui “13 voices”, il nuovo lavoro dei Sum 41, comincia a prendere vita.
“Fake my own death” è stata la prima canzone messa a disposizione del pubblico, dopo ben cinque anni di attesa, e quel che hanno ricevuto gli ascoltatori è stata una traccia con un inizio esplosivo, grazie ad un potente riff di chitarra, e un testo in cui Deryck esprime tutta la sua voglia di contatti reali tra le persone, contatti umani che si stanno disperdendo a causa di internet, dei social network e dei falsi valori trasmessi dalla cultura di massa. Il primo vero singolo, però, è stato “War” ed è qui che risalta un importante tema di questo lavoro: qui il frontman racconta tutta la sua collera, verso sé e verso l’alcool stesso, e di come la lotta contro il suo nemico invisibile non finirà mai.

Ma in “13 voices” c’è molto di più.
La prima traccia, “A murder of crows (You’re all dead to me)”, è un crescendo strumentale, arricchito da violini, che sfocia nella piena potenza dei Sum 41: già da queste ridotte parole s’intravede la rabbia che caratterizza l’intero album.

Non si deve attendere molto prima di poter apprezzare appieno il ritorno di Baksh: nel finale di “Goddamn I’m dead again” il chitarrista si cimenta in un potente assolo di chitarra che, oltre a catapultare i fan ai tempi del terzo disco della band, sembra sia stato scritto appositamente per dare il ben tornato a Dave.

Le problematiche ai reni e al fegato, che hanno portato Deryck a sfiorare la morte, e gli stati d’animo annessi alle sue condizioni di salute rappresentano di certo il filo conduttore di questo album; il pezzo che meglio lo riassume è “Breaking the chain”, una confessione sulla necessità del cantante di riscattarsi e sulle difficoltà che ha dovuto affrontare come conseguenza al suo cedere ai piaceri dell’alcool.

Lo stile inconfondibile del gruppo, quello fatto di un sound punk-rock (con accenni di metal), dilaga, ma tracce più melodiche, come “There will be blood” o “The fall and the rise”, permettono all’ascoltatore di spezzare il flusso energico che lo travolge, trovando così del tempo da dedicare alle tante riflessioni che questo album suscita.

La canzone che appare più distante dalle altre è “God save us all (Death of POP)”: qui l’intento di Deryck sembra essere quello di ricordare al mondo che i Sum 41, a dispetto delle difficoltà e delle battute d’arresto, non sono e non saranno mai disposti a scendere a patti con nessuno: è un inno all’incorruttibilità, artistica e non.

Il loro sesto lavoro in studio è quindi caratterizzato da molte novità: è stata riproposta una formazione a cinque elementi (dopo l’abbandono di Jocz erano rimasti in tre), cosa che non accadeva dai loro esordi, è stato firmato un contratto con una nuova casa discografica, la Hopeless Records, ed è riapparso Baksh.

Nonostante questo è impossibile parlare di questo album solo in termini di evoluzione; è evidente anche un ritorno alle origini, quelle stesse origini che hanno reso i Sum 41 una delle band punk rock più famose di sempre.
L’aver impiegato due chitarre nella realizzazione di “13 voices” non sarà stato molto usuale, ma di certo li ha ripagati.

TRACKLIST

01. A Murder of Crows (03:04)
03. Fake My Own Death (03:14)
04. Breaking The Chain (04:03)
06. 13 Voices (04:32)
07. War (03:29)
10. Twisted By Design (05:28)
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