Recensioni / 19 ago 2016

Chance The Rapper - COLORING BOOK - la recensione

Voto Rockol: 4.5/5
Recensione di Mattia Marzi
COLORING BOOK
Self (CD)

Molto sinteticamente si potrebbe dire che Kendrick Lamar sta al jazz rap come Chance the Rapper sta al gospel rap. Se il primo, con "To pimp a butterfly", è riuscito a sfornare un disco in cui ha mischiato tra loro il mood underground del rap e le sonorità raffinate e complesse del jazz, allo stesso modo il rapper di Chicago ha fuso nel suo "Coloring book" la cultura hip hop e la spiritualità del gospel. Il terzo mixtape di Chancelor Bennett - questo il suo vero nome - è un discone, al di là dei numeri e dell'importanza del fenomeno Chance the Rapper nell'industria musicale statunitense. In breve: da artista completamente indipendente che, per sua scelta, non ha voluto firmare per alcuna casa discografica, il rapper è riuscito con questo album - uscito solo in digitale e mai, almeno fino ad oggi, in formato fisico - a vendere l'equivalente di 230mila copie in tre mesi e a far modificare il regolamento dei Grammy Award, rendendo candidabili ai prestigiosi premi musicali anche dischi non rilasciati sui tradizionali canali di vendita sia fisici che digitali.

Chance the Rapper non può essere definito un precursore del gospel rap, così come Kendrick Lamar non può essere definito un precursore del jazz rap, già sperimentato negli anni da gente come A Tribe Called Quest, De La Soul, Nas, The Roots e Kanye West, solo per fare qualche nome. Il gospel rap ha una storia piuttosto consolidata: secondo gli appassionati del genere, il primo brano Christian hip hop sarebbe stato pubblicato nel 1982 da un tale McSweet, mentre tre anni dopo Stephen Wiley avrebbe pubblicato il primo vero e proprio album gospel rap. Negli anni poi, si sono fatti strada i vari D-Boy, tobyMac e Lecrae, tra i primi ad aver raggiunto un successo mainstream con questo genere. Nessuna grande scoperta, insomma, se si guarda al suono: la forza di Kendrick Lamar e di Chance the Rapper è stata, però, quella di aver pubblicato i due nuovi capolavori dei rispettivi generi, riuscendo a fare meglio dei loro predecessori.

Il livello di "To pimp a butterfly" è difficile da raggiungere: con "Coloring book" Chance the Rapper ci si avvicina, ma la distanza rimane comunque incolmabile. Quello del rapper di Chicago è un bel disco che a livello di sonorità riprende tutti i generi della black music, seguendo proprio i passi di Lamar e scostandosi dai suoni EDM che accomunano le produzioni di quasi tutti i rapper contemporanei: non ci sono solo rap e gospel in "Coloring book", ma anche soul ("Angels", con le incursioni al microfono dell'amico Saba; "Same drugs", impreziosita dalla presenza degli archi), disco-funk ("All night", con Knox Fortune) e r&b ("Finish line"). Rapper del calibro di Lil Wayne, 2 Chainz e Young Thug compaiono, per ovvie ragioni, nei pezzi più genuinamente rap del mixtape, "No problem" e "Mixtape". Titoli come "Blessings" e "How great" suggeriscono quelli che sono gli episodi gospel rap del disco. A produrre il tutto ci sono i Social Experiment, Lido e Kaytranada.

Questa suddivisione tra rap e gospel, oltre che nei suoni, la ritroviamo anche nel testi. Quando in "No problem" e "Mixtape" il rapper parla della scelta di proseguire come artista indipendente e di non voler rotture di scatole da parte delle major, oppure quando in "Summer friends" e "Juke jam" parla della sua adolescenza difficile nelle strade di Chicago (che è uno degli epicentri del razzismo contro gli afro-americani negli Stati Uniti), il linguaggio di Chance the Rapper è schietto, duro e diretto. Al contrario, il frasario e le rime si fanno più morbide in "Blessings" e "How great", in cui - sostenuto da cori gospel - il rapper parla della sua fede. Ecco, questa dicotomia tra cielo e terra, sacro e profano, relativa tanto alle tematiche quanto al linguaggio, è uno degli altri punti di forza di "Coloring book".

Un'ultima parola va spesa per la lista degli ospiti scelti da Chance the Rapper per le quattordici tracce del suo mixtape. Le presenze di Kanye West, Lil Wayne e Ty Dolla $ign sono importanti, certo, così come pure è importante la presenza "pop" del timbro smielato di Justin Bieber nella intimistica "Juke jam", ma la figura migliore la fanno gli ospiti non accreditati: lo Chicago Children's Choir, i Francis and the Lights in stile Prince di "D.R.A.M. sings special" (che contiene un sample della loro "Friends"), e le bravissime vocalist Jamila Woods e Eryn Allen Kane di "Blessings" e "Same drugs".