«FALLEN ANGELS - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - FALLEN ANGELS - la recensione

Recensione del 16 mag 2016 a cura di Davide Poliani

La recensione

Potrebbe risultare ozioso ricercare un senso nella pervicacia con la quale Bob Dylan, da due anni a questa parte, sta conducendo la sua personale esplorazione delle radici dell'"altra" canzone americana, quella che lui - così legato alla tradizione folk, tanto da dedicarci due dischi una ventina d'anni fa, "Good as I Been to You" e "World Gone Wrong" - in pochi avrebbero scommesso potesse frequentare, per lo meno da artista.

Il gusto per spiazzare il pubblico, la conoscenza enciclopedica dei classici, il piacere della riscoperta sono tutti aspetti della personalità artistica di Dylan più che noti agli appassionati, quindi cosa cercare in "Fallen angels" - seconda parte del dittico iniziato lo scorso anno con "Shadows in the Night" - per aggiungere un ulteriore capitolo a una carriera unica?

Probabilmente, come nella "Lettera rubata" di Poe, il fil rouge che lega questo disco a tutti gli altri pubblicati negli anni dal bardo di Duluth è sempre stato sotto gli occhi di tutti: parole e musica. Dylan è sempre stato un artista estremamente legato ai suoi tempi, quando - addirittura - non li anticipava. E serviva - sicuramente più a noi che a lui - la giusta distanza per accostarsi a un certo repertorio, quelli iscritto negli annali dai vari Johnny Mercer, Jimmy Van Heusen, Hoagy Carmichael e Harold Arlen, senza il rischio di scivolare su stupidi fraintendimenti. "Fallen angels" è concettualmente identico a "Shadows in the Night": impeccabile nella sua ruvidezza, austero, senza una nota una che suoni fuori posto.
Ma non è un esercizio di stile. Più che altro, è la dimostrazione di una tesi, che mette la canzone al centro di tutto: Dylan è conscio dei suoi limiti e non insegue alcuna velleità da performer, anche se chi lo ama non potrà non sciogliersi davanti ai suoi sussurri infilati tra un fraseggio di pedal steel e il fruscio delle spazzole sul rullante. Il suo obbiettivo - centrato, ma non c'era nemmeno bisogno di dirlo - era mettere sul piatto dodici episodi che andassero dritto al sodo, capaci di chiudere in una bolla chi li ascolta, fosse anche per tre minuti scarsi.

"Don't ever bet me / 'Cause I'm gonna be true if you let me", canta lui in "Come Rain or Come Shine" (di Harold Arlen e Johnny Mercer, che avrete già sentito cantata da Billie Holiday, Ray Charles, Ella Fitzgerald, James Brown, Don Henley e chissà quanti altri), quando il minutaggio di "Fallen angels" è ormai agli sgoccioli, e la faccenda probabilmente è tutta lì: Dylan è arrivato al punto, ormai, di non preoccuparsi più di essere autore o performer. Mr Zimmerman ormai è un Prometeo, che dall'Olimpo invece del fuoco ci porta canzoni, o quelle che dovremmo definire tali e che magari abbiamo dimenticato esserlo, nelle forme e nei modi che vuole lui. Credo che a molti piacerebbe rivederlo - specie dal vivo - come ci aveva abituati, con pezzi maturi e perfetti - come quelli di "Together through life" e "Tempest" - e con tante eccezionali back pages da stropicciare senza pietà, ma cosa ne sappiamo noi, di cosa passa nella testa di un titano...
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