«EVERYTHING AT ONCE - Travis» la recensione di Rockol

Travis - EVERYTHING AT ONCE - la recensione

Recensione del 14 mag 2016 a cura di Emiliano Raffo

La recensione

Chiedete a uno che nel 1999 aveva fra i 16 e i 20 anni chi sono i Travis, e otterrete un certo tipo di risposta. Probabilmente la persona interrogata mostrerà anche un velo di commozione, uno spontaneo luccichio negli occhi. Chiedetelo a un teen, o poco più, di oggi, e vi dovrete accontentare di un’alzata di spalle. C’est la vie, e la vita, nel pop, è talvolta oltremodo irriconoscente e spesso viaggia sin troppo veloce. Diciassette anni sono un’eternità quando si parla di canzoni destinate al cuore delle masse.

Accade così che il gruppo di Fran Healy, monocorde e monotematico come tante altre “affidabili” band uscite dal gigantesco scatolone post-Britpop, sia oggi una placida abitudine per aficionados. Sfogli il giornale, bevi un caffè e ti ascolti i Travis. Nessuna di queste attività si rivelerà memorabile, ma ciascuna di esse è permeata da quel profumo di comfort che tanto inebria chi da anni non gioca più alla rivoluzione.
Com’è lontano “The man who”, l’album del 1999 che, con Nigel Godrich al timone (all’epoca il produttore più richiesto del globo), conquistò tutta Europa con uno sfumato e irresistibile mix di malinconia e introspezione. Com’è lontano quel mondo, preoccupato del nuovo incombente millennio e bisognoso di rassicurazione dopo le sbornie dei 90’s (Brit contro Grunge, l’elettronica che colonizza gli spazi del rock, e così via).
“Everything at once”, ottavo disco in studio della band scozzese, è l’ennesimo quieto manifesto a tinte pastello, rock fm che non ti morde, bensì ti culla. I Travis predicano ai convertiti, si coccolano i fan e i fedelissimi, ma per tutti gli altri sono solo un'altra buona band votata alla ricerca, mai estrema, di una melodia credibile. E se “Idlewild”, duetto con Josephine Oniyama, pare quasi un pezzo scartato dai Beautiful South degli anni migliori, spesso il gruppo si perde in esercizi calligrafici. Un “oh oh oh” di troppo (“Paralysed”) strizza l’occhio ai festival e al sole che ogni tanto scalda un fradicio weekend in Terra d’Albione, ma si potrebbe fare di meglio. Peccato, perché la doppietta iniziale siglata con “What will come” e “Magnificent time” viaggia dritta al cuore, sottolineando come i Travis, pur privi di quell'urgenza comunicativa tipica degli esordi, conoscono a meraviglia gli ancora parzialmente misteriosi congegni di una pop-song azzeccata.
E’ leggero o addirittura blando, “Everything at once”. Se avete bisogno di rock a basso tasso calorico, ne apprezzerete il fascino poco intrusivo e massaggiante. Se conservate il ricordo di una band che con i primi tre album aveva effettivamente qualcosa di fresco da dire, questo pop sedato (e seduto) potreste trovarlo anche un po’ stucchevole.
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