«OCCHI - Miele» la recensione di Rockol

Miele - OCCHI - la recensione

Recensione del 25 feb 2016 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Un po' di blues, un po' di canzone d'autore, un po' di rock. Nell'album di debutto di Miele ci sono tutti i riferimenti musicali della cantautrice siciliana: c'è la grinta di Janis Joplin e la dolcezza delle chanteuses francesi, la scrittura introspettiva di Tom Waits e quella più ironica di Lucio Dalla. "Occhi", questo il titolo del disco (in riferimento a quegli "occhi magari meno storti" di cui Miele canta in "Mentre ti parlo"), è stato realizzato con la supervisione di Andrea Rodini - già collaboratore, tra gli altri, di Renzo Rubino - e la produzione artistica di Placido Salamone (Ornella Vanoni, Amii Stewart, Mario Venuti), poi mixato da Pat Simonini (Tiziano Ferro, Eros Ramazzotti).



Il disco contiene appena sette canzoni: c'è "Mentre ti parlo", il brano che la cantautrice siciliana ha presentato al Festival di Sanremo in gara tra le "Nuove Proposte" (dopo aver vinto, insieme a Mahmood, il concorso di Area Sanremo) finendo pure per diventare vittima di un brutto (e triste) pasticcio relativo alle votazioni; c'è una cover di "Grande figlio di puttana", il brano originariamente inciso dagli Stadio nel 1982 (lato b del singolo "Chi te l'ha detto?") e scritto da Lucio Dalla, Gianfranco Baldazzi, Giovanni Pezzoli e Gaetano Curreri; e ci sono altri cinque brani completamente inediti: tre di questi portano la firma di Manuela Paruzzo (ovvero Miele) e Andrea Rodini, e sono "M'ama non m'ama", "Mastica" e "Parole al vento"; uno, "Questa strada", porta la firma della cantautrice romana Gina Fabiani e di Daniele Bazzani; l'altro, "Gli occhi per vedere", è stato invece scritto da Eugenio Sournia, frontman della band dei Siberia.

Uno degli aspetti più interessanti di Miele è il timbro della sua voce, che sa essere ora dolce ora aggressivo e graffiante: così è l'intero EP, che oscilla tra momenti più intimisti ed acustici ed altri più ritmati e grintosi. "Mentre ti parlo" è una canzone che, sia a livello di suono (con quel crescendo orchestrale - bello il lavoro sugli archi fatto da Massimo Zanotti) che a livello di interpretazione (appassionata), ricorda la Mina degli anni '70 (quella di "Bugiardo e incosciente", "Eccomi" e "Anche un uomo"), e così anche "Mastica"; "M'ama o non m'ama" è un brano mutevole, che cambia ritmo, atmosfere e colori, partendo come un canto popolare dal ritmo ternario fino ad arrivare ad un ritornello rockeggiante, passando per strofe dal suono blues e dal ritmo binario, scandito dalla batteria. E se in "Questa strada" e "Grande figlio di puttana" il suono si fa più corposo, con le chitarre che prevalgono nell'arrangiamento, il pianoforte è protagonista della ballad "Gli occhi per vedere" e del tango "Parole al vento".

Nelle ultime due righe dei ringraziamenti del disco, Miele scrive: "Dedico questo disco ai miei occhi per aver avuto più 'fame' che paura". Ecco, noi ci auguriamo che gli occhi di Miele restino insaziabili, curiosi e anche un po' imperfetti: proprio come è leggermente imperfetto questo disco, con i suoi suoni grezzi, artigianali e caldi. Perché - come diceva qualcuno - "meglio un diamante con un'imperfezione che un sasso senza".
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