«VINYL: MUSIC FROM THE HBO ORIGINAL SERIES – VOLUME 1 - Artisti Vari» la recensione di Rockol

Artisti Vari - VINYL: MUSIC FROM THE HBO ORIGINAL SERIES – VOLUME 1 - la recensione

Recensione del 24 feb 2016 a cura di Gianni Sibilla

La recensione




Le serie TV sull’industria della musica stanno diventando un modello consolidato e di successo. Prima “Nashville”, la “Dallas” della country music. Poi “Empire” e le lotte famigliari in un’etichetta di musica black. Poi “Vinyl” Che mira ad alzare l’asticella del genere.

Perché è ideata da Mick Jagger e diretta da Martin Scorsese, certo. Perché racconta l’industria del rock, con tutte le sue leggende, metropolitane e non. E soprattutto perché non è ambientata nel presente, ma negli anni ’70, e si propone di ricostruire e raccontare un mondo che ha un posto enorme nell'immaginario, non solo in quello rock.
Il New Yorker l’ha accusata di “rockism”, di riprodurre gli stereotipi rock, quelli che si aspettano i cultori del genere, quelli per cui il punk è figo e la disco fa schifo, quelli che “fanno sembrare il rock pomposo”. Vero o no, “Vinyl” affronta un’impresa titanica, e per quello che ci riguarda, ci riesce bene (di cui vi abbiamo raccontato qua la puntata pilota).

Una serie TV fatta di musica, come affronta la parte discografica? La scelta di “Nashville” ed “Empire” è stata di assoldare due grandi produttori, T Bone Burnett e Timbaland, e realizzare canzoni ad hoc, qualche volta già edite, qualche volta inedite, cantate dal cast (compresi ospiti importanti).
“Vinyl” adotta lo stesso schema di marketing: una compilation iniziale (questa) e una serie di EP digitali dopo ogni episodio. Ma fa una cosa diversa, mischiando il nuovo al catalogo, l’originale al reinterpretato. Nella serie si vedono scene con attori che interpretano i New York Dolls, Lou Reed, etc. E nella colonna sonora ci sono brani storici di quel periodo rivisitati, assieme a versioni originali - qua trovate Otis Redding e Mott The Hoople. E poi gli inediti: bello il tema “Sugar daddy”, ma le canzoni dei Nasty Bits (la band proto-punk fronteggiata da James Jagger nella serie) suonano come una stereotipata rilettura del genere, compreso l’accento sboccatamente cockney.

C’è da dire che le scelte dei pezzi storici non sono mai banali, ma la parte più interessante sono proprio le riletture: David Johansen reinterpreta se stesso in maniera calligrafica ma intensa in “Personality crisis” dei suoi New York Dolls, per esempio. E la sensazione è che le cose più interessanti non stiano in questa prima compilation, ma negli EP Settimanali: quello della seconda puntata, uscito nei giorni scorsi, contiene per esempio la bella rilettura di “Run run run” dei Velvet Underground da parte di Julian Casablancas degli Strokes (due ere di New York che si uniscono) e “Yesterday once more” dei Carpenters reinterpretata da Aimee Mann (con la produzione di Joe Henry).


Il risultato, almeno di questa prima compilation, è uno strano ibrido in cui passato e presente, edito e inedito si uniscono senza soluzione di continuità, fino a confondersi in un risultato senza tempo. L’opposto della serie, che invece è a tratti persino troppo didascalica e filologica.
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