«BLACKSTAR - David Bowie» la recensione di Rockol

David Bowie - BLACKSTAR - la recensione

Recensione del 08 gen 2017 a cura di Leo Mansueto

La recensione




“Per tutta la vita ho tentato insistentemente di fare del mio meglio con ciò che avevo”, recita l'incipit di una sua canzone di qualche anno fa, una canzone sul sentirsi sempre fuori luogo e fuori dal tempo. Difficile dire se il nuovo album sia davvero l'espressione migliore di quello che è David Bowie oggi. Di sicuro è un disco fuori dal tempo e da qualsiasi più comune logica commerciale. A cominciare dal singolo omonimo, scritto per la serie televisiva “The Last Panthers”: una suite lunga dieci minuti che fonde due composizioni distinte e che sembra riprendere, col suo incedere alla Scott Walker, i toni apocalittici e spettrali di “Heat”, il brano conclusivo di “The next day”, quello del mantra “and I tell myself, I don't know who I am”. Con una sostanziale novità però: il ricorso a un linguaggio musicale che, in buona parte, trova nell'energia dissonante del jazz sperimentale il proprio nucleo propulsivo.

Infatti, sebbene alla co-produzione ci sia ancora una volta lo storico sodale Tony Visconti, a tradurre in suoni gli spartiti rock di “Blackstar” è un manipolo di affiatati musicisti avant-jazz (e “post-bop”) guidati dal talentuoso sassofonista californiano Donny McCaslin. Assoli, improvvisazioni e virtuosismi di quest'ultimo puntellano l'intero album, accompagnati dalle evoluzioni elettriche di Ben Monder (chitarre), Tim Lefebvre (basso) e Jason Lindner (tastiere), ma soprattutto dalle invenzioni ritmiche del giovane batterista Mark Guiliana, un fan della musica elettronica di Squarepusher, Aphex Twin e Photek. L'impronta stilistica della nuova band, a cui si è aggiunto James Murphy alias LCD Soundsystem (alle percussioni solo in un paio di brani), è profonda. Dona all'intero lavoro una compiutezza e omogeneità che “The next day”, tanto per citare il disco più recente del Duca Bianco, non aveva. Ma soprattutto, per 41 minuti, proietta Bowie in una dimensione sonora decisamente inedita.

Sono sette le nuove canzoni (quasi eguagliato il primato di brevità di “Station to Station” che ne annovera sei, per un totale di 38 minuti...), due delle quali erano state già pubblicate lo scorso anno, ma sotto altre spoglie. Nelle mani di McCaslin e compagni, infatti, il singolo “Sue (Or in a season of crime)”, ibrido drum'n'bass presente nella raccolta “Nothing has changed”, e la sua cupa B-side “'Tis a pity she was a whore” (titolo mutuato dall'opera teatrale di John Ford sul tema dell'incesto che debuttava a Londra nel lontanissimo 1629) diventano fragorose cavalcate elettriche al servizio della voce melodrammatica di Bowie. Fanno da contraltare a “Lazarus”, la canzone che dà il titolo al musical di David Bowie e Enda Walsh (sequel de “L'uomo che cadde sulla Terra”) che ha debuttato con successo lo scorso 7 dicembre al New York Theatre Workshop. Ipnotica e oscura come fosse una “Slip away” (l’eterea ballatona di “Heathen”) dedicata agli adepti di Joy Division, The Cure e Tuxedomoon, “Lazarus” ha una struttura rock più tradizionale e presenta tutti gli ingredienti del Bowie più classico: sontuosa interpretazione vocale, testo visionario a tema “soprannaturale” (“Look up here, I'm in heaven/I’ve got scars that can’t be seen”), grandi arrangiamenti elettrici e un sax memorabile. In “Girl loves me”, invece, a salire in cattedra è il batterista Guiliana. Il suo veemente drumming sincopato incornicia un testo particolarmente criptico, costruito da Bowie utilizzando il vocabolario del Nadsat, lo slang anglo-russo inventato da Anthony Burgess per “Arancia Meccanica”. A seguire c'è “Dollar Days”, ballad dolceamara scandita dalla chitarra di Monder e trascinata dal sax tenore di McCaslin. E' il preludio al gran finale che arriva con “I can't give everything away” (titolo autobiografico?), sei minuti di epiche aperture orchestrali e fughe chitarristiche, con Bowie che sfoggia il suo inconfondibile vibrato mentre, sullo sfondo, un'armonica solitaria riaccende il ricordo di antiche avventure berlinesi.

Ambizioso e spiazzante, “Blackstar” riserva continue sorprese dall'inizio alla fine. E' un disco relativamente ostico che cresce ascolto dopo ascolto e, intanto, si ritaglia un posto di rilievo fra gli album più coraggiosi del re dei trasformisti: impresa ragguardevole, per un artista giunto al traguardo delle 69 primavere.
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