MAINSTREAM

Bomba Dischi (CD)

Voto Rockol: 3.5 / 5
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di Marco Di Milia

Calcutta, Latina. No, non stiamo parlando di una ennesima vicenda Italia-India ma del nuovo caso della nostra scena indipendente. Lui è Calcutta, ragione sociale dietro la quale si cela, voce e chitarra, Edoardo D’Erme, da Latina alla conquista dell’airplay. Il suo nome è iniziato a circolare a poco a poco al di fuori delle mura cittadine con la pubblicazione di “Forse…” - album lo-fi del 2012 fatto di pochi mezzi e di belle speranze - fino a farne diventare una sorta di Badly Drawn Boy italiano che, con voce malferma, offre piccoli ritratti di ordinaria quotidianità. Pensieri e parole di chi si affaccia, volente o meno, al mondo adulto così concreti che sembrano descrivere realtà universali - certo, a meno che tu, lettore, non sia il proprietario di una megaditta o un ricco ereditiere.

Da Latina a Roma e poi L’Italia intera suonando ovunque, il grande balzo in avanti di Calcutta è stato quello di provare ad arrivare al mainstream senza essere davvero un fenomeno da classifica e di arrivare comunque con la sua aria un po’ scassona al maggior numero di persone possibile. “Mainstream” - appunto - è l’album con cui supera da destra la barriera della nicchia a tutti i costi e si apre a un pubblico più vasto. Rispetto a quanto fatto in precedenza il giovane cantautore di Latina esce in effetti dallo schema della bassa fedeltà e delle registrazioni con mezzi di fortuna, dimostrando di aver – in parte – alzato il livello di capacità produttiva e quantomeno di essersi procurato un accordatore per la chitarra. Profilo basso eppure la sua “Cosa mi manchi a fare” è riuscita a fare breccia nelle radio nazionali con quel suo retrogusto un po’ agrodolce, perché quando si parla di sfiga non si fa mai troppo caso all’etichetta ma anche perché Calcutta con i suoi modi da outsider di chi è capitato lì per caso sembra avere un talento raro nel raccontare la realtà precaria che lo circonda e al tempo stesso di esserne estraneo.

In fondo lui è quello delle storie al margine (“Gaetano mi ha detto che viviamo nel ghetto”), dei live dentro i minimarket pakistani, delle critiche che gli sono state fatte sui social network per il prezzo del suo nuovo album, che non costa i canonici 10 euro da artista indipendente ma 12. E’ una zona grigia la sua, quella del personaggio beffardo e del cantautore ancora in erba, con la grande capacità, in ogni caso, di restituire al pubblico canzoni che si appiccicano addosso senza rendersene conto.
L’immaginario evocato da Calcutta è quello delle storie incerte e malinconiche, vicende naif come una lettura della pagina di un quotidiano ("leggo il giornale e c'è Papa Francesco e il Frosinone in serie A”) o una malcelata solitudine (“mi annoiavo alle feste/mi annoiavo alle cene”) il suo è un linguaggio romantico e popolare nel senso più largo del termine, perché patrimonio di tutti e per questo ampiamente condivisibile (“vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo”) . “Mainstream” è cantautorato barcollante ma con più tiro pop di tanti altri prodotti di maggiore caratura. Certo, qualche scivolone non manca, come la straniante sperimentazione di Dal Verme che fa a pugni con il resto o qualche strofa non sempre a tono ma si finisce per sentirsi in sintonia con il suo autore - vuoi per una storia che ti ha lasciato qualche segno di troppo, vuoi perché come lui non hai mai preso troppo sul serio le lezioni di chitarra.
Calcutta riesce a fare delle sue vicende un ritornello da battaglia, senza paura di mostrarsi per ciò che è, non un intellettuale introverso ma un tipo consapevole e poco incline al bel canto, capace di descrivere con semplicità il suo tempo. Ora che il sasso è stato lanciato nello stagno, Calcutta si gode il suo personale mainstream, dalla sua città al resto della Penisola. Non a caso si parla anche di Milano, Bologna, Frosinone, Pesaro e Peschiera del Garda.
Si può parlare di musica pop indipendente, di "indiesfiga", di gran furbata o di talento acerbo ma il linguaggio utilizzato è lo stesso, riproposto in chiave anni duemiladieciepassa, di quello che ha caratterizzato altri cantautori venuti prima, da Rino Gaetano a Vasco Brondi. La gigantesca scritta della Coop ora ha un più casalingo corrispettivo in YouPorn: in fondo, si tratta sempre di luoghi, reali o virtuali che siano, ben collocati nella nostra geografia quotidiana. Se non è mainstream questo. E suvvia, non fate i moralisti.