«MAINSTREAM - Calcutta» la recensione di Rockol

Calcutta - MAINSTREAM - la recensione

Recensione del 04 gen 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Calcutta, Latina. No, non stiamo parlando di una ennesima vicenda Italia-India ma del nuovo caso della nostra scena indipendente. Lui è Calcutta, ragione sociale dietro la quale si cela, voce e chitarra, Edoardo D’Erme, da Latina alla conquista dell’airplay. Il suo nome è iniziato a circolare a poco a poco al di fuori delle mura cittadine con la pubblicazione di “Forse…” - album lo-fi del 2012 fatto di pochi mezzi e di belle speranze - fino a farne diventare una sorta di Badly Drawn Boy italiano che, con voce malferma, offre piccoli ritratti di ordinaria quotidianità. Pensieri e parole di chi si affaccia, volente o meno, al mondo adulto così concreti che sembrano descrivere realtà universali - certo, a meno che tu, lettore, non sia il proprietario di una megaditta o un ricco ereditiere.

Da Latina a Roma e poi L’Italia intera suonando ovunque, il grande balzo in avanti di Calcutta è stato quello di provare ad arrivare al mainstream senza essere davvero un fenomeno da classifica e di arrivare comunque con la sua aria un po’ scassona al maggior numero di persone possibile. “Mainstream” - appunto - è l’album con cui supera da destra la barriera della nicchia a tutti i costi e si apre a un pubblico più vasto. Rispetto a quanto fatto in precedenza il giovane cantautore di Latina esce in effetti dallo schema della bassa fedeltà e delle registrazioni con mezzi di fortuna, dimostrando di aver – in parte – alzato il livello di capacità produttiva e quantomeno di essersi procurato un accordatore per la chitarra. Profilo basso eppure la sua “Cosa mi manchi a fare” è riuscita a fare breccia nelle radio nazionali con quel suo retrogusto un po’ agrodolce, perché quando si parla di sfiga non si fa mai troppo caso all’etichetta ma anche perché Calcutta con i suoi modi da outsider di chi è capitato lì per caso sembra avere un talento raro nel raccontare la realtà precaria che lo circonda e al tempo stesso di esserne estraneo.

In fondo lui è quello delle storie al margine (“Gaetano mi ha detto che viviamo nel ghetto”), dei live dentro i minimarket pakistani, delle critiche che gli sono state fatte sui social network per il prezzo del suo nuovo album, che non costa i canonici 10 euro da artista indipendente ma 12. E’ una zona grigia la sua, quella del personaggio beffardo e del cantautore ancora in erba, con la grande capacità, in ogni caso, di restituire al pubblico canzoni che si appiccicano addosso senza rendersene conto.
L’immaginario evocato da Calcutta è quello delle storie incerte e malinconiche, vicende naif come una lettura della pagina di un quotidiano ("leggo il giornale e c'è Papa Francesco e il Frosinone in serie A”) o una malcelata solitudine (“mi annoiavo alle feste/mi annoiavo alle cene”) il suo è un linguaggio romantico e popolare nel senso più largo del termine, perché patrimonio di tutti e per questo ampiamente condivisibile (“vestiti da Sandra che io faccio il tuo Raimondo”) . “Mainstream” è cantautorato barcollante ma con più tiro pop di tanti altri prodotti di maggiore caratura. Certo, qualche scivolone non manca, come la straniante sperimentazione di Dal Verme che fa a pugni con il resto o qualche strofa non sempre a tono ma si finisce per sentirsi in sintonia con il suo autore - vuoi per una storia che ti ha lasciato qualche segno di troppo, vuoi perché come lui non hai mai preso troppo sul serio le lezioni di chitarra.
Calcutta riesce a fare delle sue vicende un ritornello da battaglia, senza paura di mostrarsi per ciò che è, non un intellettuale introverso ma un tipo consapevole e poco incline al bel canto, capace di descrivere con semplicità il suo tempo. Ora che il sasso è stato lanciato nello stagno, Calcutta si gode il suo personale mainstream, dalla sua città al resto della Penisola. Non a caso si parla anche di Milano, Bologna, Frosinone, Pesaro e Peschiera del Garda.
Si può parlare di musica pop indipendente, di "indiesfiga", di gran furbata o di talento acerbo ma il linguaggio utilizzato è lo stesso, riproposto in chiave anni duemiladieciepassa, di quello che ha caratterizzato altri cantautori venuti prima, da Rino Gaetano a Vasco Brondi. La gigantesca scritta della Coop ora ha un più casalingo corrispettivo in YouPorn: in fondo, si tratta sempre di luoghi, reali o virtuali che siano, ben collocati nella nostra geografia quotidiana. Se non è mainstream questo. E suvvia, non fate i moralisti.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.