«THE WINSTONS - Winstons» la recensione di Rockol

Winstons - THE WINSTONS - la recensione

Recensione del 01 gen 2016 a cura di Marco Di Milia

La recensione

Quasi mezzo secolo divide l'epoca d'oro del progressive da un 2016 appena iniziato, eppure questo salto temporale risulta un'impresa del tutto naturale per Enro Winston, Rob Winston e Linnon Winston, power trio d’eccezione che si divide tra tastiere, fiati, basso, chitarre e percussioni. Enrico Gabrielli, Roberto Dell’Era e Lino Gitto, nascosti dietro a nomi anglofoni, dichiarano così il loro amore per la psichedelia viaggiando tra beat, pop, garage rock e svisate jazz.

Ascoltare l’album d’esordio dei “fratelli” Winstons è come tuffarsi in un’altra dimensione, lisergica e fumosa, in cui ogni singola nota ha l'effetto di mandare in sollucchero schiere di vecchi e nuovi fricchettoni nonché riconsegnarci, a colori, un'immagine di un mondo che oggi appare fantascientifico e irripetibile, al pari di quei computer tutti lucette e bobine antesignani di Google e affini. E’ come scoprire un vecchio baule in soffitta e non resistere alla tentazione di guardarci dentro, finendo poi risucchiati dal contenuto. Una volta all'interno, l’organo che ci introduce a Nicotine Freak si prende comodamente il suo tempo prima di rivelarsi in pieno con un groove ammiccante a nuove porte della percezione. Ci si muove sghembi tra tastiere liquide, tempi dilatati e derive rumoristiche, con la bussola saldamente puntata sulla stella di Canterbury. E’ un disco che non gioca al passato ma che arriva direttamente da un altro tempo, carico di contaminazioni e citazioni - esplicite e non - di un’epopea musicale straordinaria e tutto sommato ancora misteriosa, tirata per l'occasione nuovamente a lucido.

In un continuo spostare l'asticella su e giù dal confine tra sperimentazione e canzone, si passa con ragionata anarchia dalle fascinazioni sixties di "Play with the rebels" al visionario e multiforme space rock di "…On a dark cloud", passando per una "She's my face" che fa l'occhiolino ai Doors. E ancora, sotto la guida sicura dei numi tutelari dei proggers - Gong e Soft Machine, ma non solo: "A reason for goodbye", in bilico tra Pink Floyd e divagazioni jazz, l'ipnotico riff di Viaggio "Nel suono a tre dimensioni", con tanto di voce introduttiva a farci da guida “ragionata” all'ascolto; dalle collaborazioni di ospiti come Xabier Iriondo e Gianluca De Rubertis al tocco orientale di Gun Kawamura autore della copertina dell'album e dei testi di Diprodoton e Number Number (non presente nell’edizione in vinile). Passione per il passato - e per una certa marca di sigarette, senza dubbio - ma anche grande carattere nel rendere il tutto credibile senza giocare alla semplice riproposizione di quello che non c’è più. The Winstons è un disco dal tiro internazionale che ha nel suo essere così, ora e adesso, uno dei suoi punti di forza. Privo di costrizioni e confini geografici, sa di Canterbury, di Swingin’ London e anche di Giappone. Già, perché da quelle parti il nostro prog va ancora fortissimo e non sarebbe affatto una sorpresa ascoltare queste tracce per le strade affollate di Tokyo.
Per i viaggi nel tempo che non c’è bisogno di strade e poco importa avere un imponente impianto stereofonico o una semplice "fonovaligia" - ma al giorno d’oggi anche cuffiette e iPod dovrebbero andar bene - l'effetto sarà sempre e comunque incredibile, ragazzo del futuro.
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