«BURNING BRIDGES - Bon Jovi» la recensione di Rockol

Bon Jovi - BURNING BRIDGES - la recensione

Recensione del 28 ago 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

I “break-up album” sono un genere consolidato. In fondo il rock è rabbia e catarsi, quindi quale miglior motivo della fine di una relazione per scrivere una canzone o un disco intero? E, alla fine, i contratti discografici sono come le storie d’amore, seppure con altre motivazioni: in alcuni casi durano tutta la vita, magari sembrano eterne e durano qualche anno, oppure si consumano nel giro di una notte (o un disco) e implodono.
I Bon Jovi sono stati “sposati” con la Mercury per 32 anni: la loro intera carriera. Pazienza che oggi quella non sia più una vera etichetta, ma un marchio/divisione parte della Island, a sua volta parte di Universal. E la canzone che dà il titolo al disco dice: "Dopo trent'anni di lealtà, non ti hanno lasciato che scavarti la fossa / Adesso è meglio imparare a cantare e suonare da soli / Beh, ti darò comunque metà delle edizioni / Tu sei la ragione per la quale ho scritto questa canzone”, mentre in “We don’t run” canta: “Non ho paura di bruciare ponti, perché mi illuminano la strada”. Più diretti di così.
Jon Bon Jovi ha provato a presentare “Burning bridges” come “un album per i fan”: canzoni scritte nel passato (una, “Saturday night gave me sunday morning”, porta ancora la firma di Richie Sambora, che se n’è andato dal gruppo dopo uno psicodramma, l’anno scorso: questo è il primo album senza di lui), recuperate e reincise. Un disco che accompagnasse il tour nell’est asiatico, una sorta di “Bootleg ufficiale”: lo sottolinea anche la copertina, una semplice busta di carta con scritta a mano, che ricorda non poco la grafica da “white label” usata dagli U2 per la prima versione di “Songs of innocence”. Il fatto è che “Burning bridges” è un disco inciso e diffuso esplicitamente per terminare il contratto con la Mercury, che evidentemente aveva diritto ancora ad una raccolta di inediti, non ad un semplice "best of". Anche questa è prassi: in Italia si narra di un gruppo che per terminare il proprio contratto consegnò un disco strumentale e rumoristico. Finì in causa. Invece, nonostante la rabbia, Bon Jovi hanno dato alla Mercury/Universal un disco vero, o quasi.
Ascoltando “Burning bridges” si ha comunque la sensazione che non sia un disco "regolare" (quello arriverà nella primavera 2016, dicono). Ma non pensate ad una manciata di canzoni di serie B: se il brano più esplicito, “Burning bridges” è in realtà un folkettino allegro senza arte né parte, “Saturday night gave me sunday morning” e “We don’t run” sono classic inni alla Bon Jovi (meglio il primo: “We don’t run suona un po’ troppo prodotta e pompata). Non mancano i momenti più intimisti (le quattro canzoni centrali, da “Blind love” a “Fingerprints”).
Insomma: “Burning bridges” non è il disco che vi farà cambiare idea sui Bon Jovi, ma non è neanche un disco rafazzonato, messo assieme in quattro e quattr’otto per obblighi contrattuali, come le storie girate potevano far presegire. Va bene fare i dispetti alla casa discografica, ma non puoi prendere in giro i tuoi fan: i Bon Jovi sono dei gran professionisti, e si sente, anche qua.
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