«BAD MAGIC - Motorhead» la recensione di Rockol

Motorhead - BAD MAGIC - la recensione

Recensione del 01 set 2015 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Dopo 40 anni di onorata carriera i Motörhead sono uno dei più tipici esempi di brand del rock: logo iconico, sound inconfondibile, credibilità in pratica aprioristica (le ore di volo che hanno sul groppone sono oggettivamente tante, tantissime). In virtù di questo status trascendono le dinamiche più spicce del music biz per cui quando tornano con un disco – e “Bad magic” è il loro ventiduesimo in studio, per la cronaca – l’evento è assicurato. Un po’ come accade con quegli scrittori di grandi best seller alla Stephen King.
E allora, che evento sia. Noi non ci tiriamo indietro.

“Bad magic” è semplicemente (necessariamente?) un nuovo disco dei Motörhead, ovvero un capitolo aggiuntivo alla saga iniziata nel 1975. Una saga che ormai è difficile da movimentare e rendere sorprendente, ma che piace così come è – e non necessita di colpi di scena o di testa.
Non è per nulla un caso che il primo suono a uscire dalle casse sia quello della voce all’acido solforico di Lemmy, che dice: “Victory or die” – che è anche il titolo dell’opener, un mid tempo teso, duro e violento che mette subito in chiaro come ogni cosa sia al proprio posto. Lemmy è tornato, ci grida in faccia che la sua missione è vincere o lasciarci le penne. Bene così, anche alla luce dei guai di salute del buon Kilmister, che negli ultimi due anni ha tribolato non poco, preoccupando i fan.
Tutti i brani seguenti scorrono lisci, per un ascolto che i motörheadbanger apprezzeranno senza dubbio: il mestiere c’è tutto, l’onore della band è tenuto alto, la produzione di Cameron Webb è sapiente, come da manuale... missione compiuta. Che piaccia o no, questi sono da sempre i Motörhead e l’unica opzione possibile è prendere posizione da un lato o dall’altro della barricata. Amarli oppure no.



Il risultato, quindi, è in linea con la produzione degli ultimi 20 anni (abbondanti) della band. Come ben sappiamo, i classici di Lemmy sono stati forgiati da tempo, diciamo fra la seconda metà degli anni Settanta e la seconda degli anni Ottanta... ma – del resto – nessuno compra un album di questo tipo alla ricerca dei nuovi inni e dei nuovi pezzi-manifesto. Quella parte del lavoro è già stata fatta (egregiamente). Ora siamo in regime di mantenimento, per cui ogni nuovo disco è, in pratica, una dichiarazione di buono stato di salute e – soprattutto – un delizioso pretesto per suonare (e ascoltare) live i pezzi che hanno reso questo gruppo un mito.
Il monolite è servito, possiamo dire... anche se non è proprio l’oggetto evocativo e fascinoso di “2001 odissea nello spazio”. Volendo fare un po’ le pulci a Lemmy, possiamo dire che il songwriting non regala grossi scossoni, né mostra picchi di ispirazione degni di nota, assestandosi su un buon livello, ma leggermente piatto (dopo 22 album la formula del Motörhead-sound non offre troppe scappatoie,). Poi c'è quel cameo di Brian May (che esegue l’assolo di “The devil”), che non aggiunge o toglie nulla al brano, ma è solo un buon selling point da spendersi in ambienti non necessariamente metal. Idem si può dire per la cover di “Sympathy for the devil” degli Stones: divertente, può attirare qualche non-fan o non-iniziato... ma alla fine dei conti è un filo troppo scontata, anzi ce la aspetteremmo da una tribute band dei Motörhead, piuttosto che dagli originali.

Concludendo: è bello sapere che Lemmy e i suoi sono ancora lì e riescono sempre a essere convincenti con il loro metal-punk-hard-rock’n’roll, piuttosto che patetici; quindi “Bad magic” è un disco che i fan non possono trascurare, se non altro per rinnovare il sostegno e la fedeltà alla band.
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