«THE OTHER SIDE OF DESIRE - Rickie Lee Jones» la recensione di Rockol

Rickie Lee Jones - THE OTHER SIDE OF DESIRE - la recensione

Recensione del 10 ago 2015

La recensione

A chi le chiedeva perché non scrivesse più canzoni originali rispondeva candidamente d’essere affetta da blocco dello scrittore. Normale: a 60 anni d’età, con una dozzina d’album alle spalle, Rickie Lee Jones ha esplorato in lungo e in largo le possibilità del suo songwriting. E così negli ultimi dieci anni la cantautrice americana s’è limitata a recuperare canzoni autografe inedite e a incidere cover. Poi s’è trasferita a New Orleans, dove il padre ha vissuto per un certo periodo di tempo e dove lei stessa ha soggiornato ai tempi di “Pirates”, là dove bellezza e sofferenza, eleganza e povertà stanno fianco a fianco. L’atmosfera della città e il carattere dei suoi abitanti le hanno suggerito nuove canzoni, nuovi suoni, nuove suggestioni. E soprattutto, dice lei, “hanno spazzato via ogni segno d’affettazione”.

Prodotto grazie alla cifra raccolta su PledgeMusic, il 198% dell’obiettivo dichiarato, “The other side of desire” è un disco figlio della città in cui è stato scritto e inciso, ma non lo è in modo scontato. Non è una cartolina musicale spedita da Bywater, il quartiere dove vive la cantante. New Orleans è visibile in controluce, nello spirito, nei testi e nei francesismi, in certe inflessioni sonore architettate dei produttori John Porter e Mark Howard, quest’ultimo collaboratore in più occasioni di Daniel Lanois. È un disco southern chic. Le musiche essenziali, spesso acustiche, rimandano a rhythm & blues, jazz, soul, folk, blues, country, funk, esattamente la miscela su cui è prosperata la tradizione musicale cittadina. Ma solo piccoli segnali, colori, venature. Il tono è pacato, confidenziale, easy.

Rickie Lee Jones si guarda attorno, racconta storie, tratteggia personaggi. Canta della città in “Christmas in New Orleans”, la cui melodia rimanda a “Fairytale of New York” dei Pogues, altra canzone natalizia struggente. Ma raccontando della città, dice qualcosa di sé come suggerisce il doppio significato del titolo del’album – “desire” sta per desiderio, ma è anche il nome di una celebre strada di Bywater immortalata da Tennessee Williams in “Un tram chiamato desiderio”. Jones vive lì, fra la ferrovia e il fiume, richiami di una vita randagia. Canta d’amore ispirandosi al padre di Louis Michot dei Lost Bayou Ramblers in “Valtz de mon pere (Lovers’ oath)”, di un uomo incontrato in un bar in “J’ai connais pas” (“So che sei stato in galera / Scegli la felicità quando non hai nulla da perdere”), delle promesse infrante in “Feet on the ground”, dei sogni d’infinito fatti su un treno in corsa (“Infinity”). Il bello è che riesce ad essere cruda ed elegante nella stessa canzone. Come in “Jimmy Choos”, dove bellezza e caos s’impastano fino a rendersi irriconoscibilim e del resto il misto di vita bohèmien e spiritualità è uno dei tratti caratteristici di New Orleans.

Il suono del singolo “Jimmy Choos” dice molto del carattere dell’album, col suo amalgama di chitarre acustiche e Hammond B3 cui s’aggiungono qui e in altre tracce Wurlitzer, banjo, fiddle, l’accordion di Zachary Richard, gli arrangiamenti d’archi che nella tenera “I wasn’t here” vanno a innestarsi sul suono di una chitarra tenore e su armonie vocali impalpabili. C’è un pizzico di Fats Domino in “J’ai connais pas”, un bel po’ di soul nella parte centrale di “Feet on the ground”, un pianoforte e un clarinetto basso per l’ode al cane “Juliette”. Lei canta come se di anni ne avesse 40, mica 60. Passa da un registro all’altro, piega la pronuncia dando l’impressione di improvvisare, dà un suono alla vulnerabilità e alla compassione. Hipster quando la parola aveva un altro significato, Jones non ha mai smesso d’essere eccentrica e lo dimostra in “Blinded by the hunt”, cantata con voce alta e sottile di chi ha ascoltato e amato i grandi soulmen, e nel “Finale”, una musichetta circense che sembra sempre sul punto di partire e invece si trasforma in uno strano flusso di coscienza dove s’incrociano banjo e sousaphone. E alla fine ascoltare “The other side of desire” è un po’ come affacciarsi da un balcone in ferro battuto del French Quarter e osservare la vita che scorre pigramente di sotto.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.