«CONCHITA - Conchita Wurst» la recensione di Rockol

Conchita Wurst - CONCHITA - la recensione

Recensione del 20 mag 2015 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Le canzoni. Sono quelle che fanno la differenza tra un personaggio e un cantante. Prendete la storia di Suor Cristina. E prendete quella di Conchita Wurst. No, non è una questione di barbe e veli, non solo almeno. Perché alla fine, con connotazioni diverse, il meccanismo è lo stesso. Cantanti che sono prima personaggi. Le canzoni, se ci sono, arrivano dopo. Se ci sono.
Conchita Wurst, giusto un anno fa, vinceva l’Eurovision Song Contest, e quest’anno ci ritorna da presentatrice, in un’edizione che vede tra i favoriti i nostri iper-tradizionali Il Volo. Anche la sua canzone, “Rise like a phoenix”, era un brano molto tradizionale, una ballatona cinematografica da James Bond - e quello che funzionava era propria il mix tra novità e tradizione di musica e personaggio.
Già, il personaggio: costruirlo prima delle canzoni è uno dei trucchi storici della musica, da prima ancora delle boy band e delle girl band: mente sapendo di mentire chi ancora oggi fa l’anima bella a stupirsene. Però la regola vuole che l'impianto si affloscia, se le canzoni non ci sono. Finisce l'effetto novità. E' quello che è successo a Suor Cristina, che ha vinto The Voice, con un inedito di cui non ci ricordiamo neanche il titolo, e ha proseguito con un album che era un mix di cover e inediti altrettanto opinabili, senza un suono e un’identità musicale precisa.
Conchita ha invece identità e suono. Le scelte musicali sono parte del personaggio: questo album - anticipato da singoli vari - giunge con tempistica calibrata al millisecondo per provare a dimostrarlo. Ci riesce?



“Conchita” non è nulla di più e nulla di meno di un dignitoso disco pop che viaggia tra melodia, tradizione e modernità ed eurodance, con canzoni piacevoli, solo un po' ripetitive ed un po' stereotipate - che hanno però il pregio di non scadere quasi mai nel trash tipico di certa musica che arriva dalla competizione continentale. “Heroes”, per esempio, è una “Rise like a phoenix” rivisitata, con melodia e crescendo tradizionali, solo con un tocco di elettronica in più, con lo stesso tema della rinascita, dell’affermazione e della rivincita che permea tutto il disco.
Brani come “Up for air” e “Firestorm” giocano decisamente più sul versante danzereccio, fino agli estremi di “Colours of your love”, che parte piano e voce e poi si trasforma in una canzone alla Cher anni ’90, con tanto di effetti vocali spinti al massimo (questo è il punto più trash dell'album...). In “Were have all the good man gone” gioca invece con suoni ancora più retrò, un po' alla Amy Winehouse (senza quello spessore, ovvio).
Considerandolo solo dal punto di vista musicale, al netto del personaggio, “Conchita” è un album prodotto bene (la mano principale è quella dell’austriaco David Bronner) con tutti i pregi e difetti del caso. Ma vi immaginate un duetto Suor Cristina-Conchita? Ci vorrebbe una bella canzone...
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