«I LOVE YOU - Management del Dolore Post-Operatorio» la recensione di Rockol

Management del Dolore Post-Operatorio - I LOVE YOU - la recensione

Recensione del 19 mag 2015 a cura di Mattia Marzi

La recensione

Una versione tecnologica di "Imagine" di John Lennon: così i componenti del Management del Dolore Post-Operatorio hanno definito la nuova fatica discografica della band, ideale sequel di "Mc Mao" dello scorso anno. "I love you", prodotto da Giulio Ragno Favero, è il primo disco del gruppo guidato da Luca Romagnoli a raggiungere il mercato per La Tempesta Dischi, l'etichetta fondata da Enrico Molteni, già bassista dei Tre Allegri Ragazzi Morti ed è il quarto inciso dal Management dal 2008 ad oggi. Se "Mac Mao" era apparso un lavoro meno irruento dei precedenti della band, con "I love you" Romagnoli e soci tornano all'impeto e alla veemenza delle loro prime prove in studio: il nuovo del Management del Dolore Post-Operatorio è un disco dal sound potente, energico, un concentrato di punk e rock con un tocco di pop (ché non fa mai male).





Una versione tecnologica di "Imagine", dicevamo poco sopra; a livello di contenuti, negli undici brani contenuti all'interno di "I love you" Luca Romagnoli & Co. descrivono quella che è la società moderna, tra contraddizioni e assurdità, rispondendo idealmente al sogno di un mondo senza guerra, senza denaro, senza Dio e senza disuguaglianze che l'ex Beatle aveva espresso con il suo album capolavoro. Certo, può sembrare un'affermazione grossa, questa, e può sembrare inopportuno scomodare una leggenda come John Lennon; ma consideriamo gli intenti del Management del Dolore Post-Operatorio, e consideriamoli partendo dai testi delle canzoni contenute in "I love you": quello di "Scimmie", ad esempio, dove la band critica l'evoluzione e il progresso dell'umanità con un tocco di lucida e distaccata ironia, quasi con fare tragicomico ("Avremo macchine che fanno al posto nostro, le malattie saranno solo un brutto ricordo; e al posto degli organi interni ne avremo di nuovi d'acciaio. [...] Io mi vergogno di essere stato una scimmia", canta Romagnoli - se vi va, date pure un'occhiata al videoclip del pezzo, realizzato quasi prendendo spunto dalla tecnica del montaggio delle attrazioni di Ėjzenštejn); oppure quello di "Le storie che finiscono male", dove la critica sociale si fa ancora più pungente e dura ("Il buon dottore ha operato tuo figlio e lo ha ammazzato, ma tu non te lo ricordi: sarà perché ti ha pagato. Ma un bel giorno i soldi sono finiti e invece un certo tipo di dolore non si consuma mai", recita il testo del brano; e ancora: "Il sacerdote ti ha sverginato ma tu l'hai dimenticato. Un gesto d'amore per tua madre, che teneva tanto alla comunione").

Contenuti tosti, insomma, che fanno riflettere e muovere le coscienze. Come a voler dire: "Non c'è più tempo per sognare un mondo perfetto, di pace e armonia: fuori dalla tua stanza c'è il caos sociale, c'è l'inferno, c'è la fine del mondo". In questo senso, "I love you" si presenta come un disco coraggioso, sfrontato, diretto. E coraggiosi sono pure i componenti del Management quando tornano "sul luogo del delitto" con "Il Primo Maggio", una riflessione su quanto accaduto due anni fa sul palco del "Concertone" di Piazza San Giovanni (il frontman della band, lo ricordiamo, simulò il rito dell'eucarestia con un preservativo tra le mani): "Qui sembra il medioevo e poi la santa inquisizione, gli eretici, le streghe e tutti i preti col forcone. E sulle fiamme mi ritrovo incatenato pure io quel giorno che m'hanno messo al rogo per aver offeso Dio", canta Romagnoli in una strofa della canzone, "ma Dio è solo un serial killer e la morte è il suo giocattolo preferito".

A livello di sonorità, "I love you" conferma il gusto per la musica punk del Management del Dolore Post-Operatorio; ben costruiti gli arrangiamenti, incentrati su una certa essenzialità, sull'incastro esatto e preciso di chitarre, batteria e basso. Due le eccezioni: "Se ti sfigurassero con l'acido", un pezzo tutto chitarra e voce, dal vago mood minore, e "Il campione di sputo", in cui sprazzi di funky convivono con elementi più rock.
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