«THE DESIRED EFFECT - Brandon Flowers» la recensione di Rockol

Brandon Flowers - THE DESIRED EFFECT - la recensione

Recensione del 18 mag 2015 a cura di Valeria Mazzucca

La recensione

Bei tempi quando a rendere grandioso un pomeriggio bastava la casa libera, la radio accesa, mutande, camicia e occhiali da sole e via a scivolare da una stanza all'altra in modalità "Risky Business". E con la luce giusta e nessuno nei paraggi, finire persino per sentirsi un po' Tom Cruise. E' capitato anche a me, che sono una ragazza….
Ma è solo un dettaglio di poco conto in questo caso, perché quando si parla di quell'energia che ha mosso e smosso tutti gli anni '80 non ci sono generi e categorie che tengano. Ciò che ha reso quegli anni ruggenti, cha piaccia o meno ammetterlo, non ha mai perso la potenza del suo richiamo.
E a tutto ciò, Brandon Flowers ha reso omaggio.
Non è una semplice impressione, ma una vera e propria dichiarazione di intenti quella formulata con il suo secondo album solista "The desired effect": distillare gli anni '80 in 10 tracce e possibilmente far scendere una lacrimuccia agli ascoltatori più sensibili. Per capirlo tra l'altro basterebbe guardare il video di "Lonely time", secondo singolo del disco.
Il leader dei Killers - no, per l'ennesima volta: la band non si è sciolta, si è presa una pausa, poi torna - ha usato tutto l'arsenale musicale e sensoriale a disposizione per confezionare una serie di divertenti brani pop-rock come, appunto, "Lonely time", riuscite ballate più o meno malinconiche come "Between me and you" o "Still want you", pezzi "on the road" che trasformano la tangenziale ovest nella più deserta delle highways americane, il tragitto per andare al lavoro quello per l'avventura della vita (provate con "Diggin' up the heart").
In "The desired effect" c'è tutto, si diceva. Per questo ognuno ci troverà quel che vorrà. Nel bene e nel male. Ci sono scariche di synth, chitarre elettriche scortate da drum pad o marimba sintetici usati senza alcun timore, il binomio voce/organo, doppie voci con eco(!). In "I can change" c'è Neil Tennant dei Pet Shop Boys, in un pezzo che gira attorno al sample di "Smalltown boy" dei Bronski Beat. A "Can't deny my love" non basta essere un puro mezzo synthpop, ma si concede una intro che strizza l'occhio (e la bocca dello stomaco) a "Twin Peaks" e al suo main theme.
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"The desired effect", l'effetto desiderato. Chissà qual è, poi questo effetto desiderato. Di certo Brandon Flowers ha realizzato un tributo ben riuscito a una decade che in molti hanno vissuto e amato e in altrettanti hanno odiato. Un album così dunque, pur non brillando certo per inventiva, qualcosa smuove: che siano ricordi o il semplice piacere di ascoltare buona musica; che sia malinconia o il terrore di rivedere le spalline delle proprie giacche allargarsi pericolosamente.
Tutto può essere, al cospetto di un lavoro ben riuscito.
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