Recensioni / 05 mar 2015

Madonna - REBEL HEART - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Pop Topoi
REBEL HEART
Interscope Records (CD)
Chiedete a cento persone cosa si aspettano da Madonna alla vigilia di un disco nuovo ed è probabile che riceverete altrettante opinioni diverse. C’è chi la vorrebbe più pop e chi la vorrebbe più sperimentale; c’è chi la preferirebbe più simile al passato e chi la vedrebbe meglio proiettata verso il futuro e immersa in qualche nuova oscura corrente musicale. In parte è colpa sua: dopo trent’anni di carriera in cui ha mostrato infinite versioni diverse di se stessa, ogni suo ritorno la porta a confrontarsi con un carico di aspettative maggiore a quello di qualsiasi altro artista. Il suo essere incontentabile ha reso incontentabile anche il pubblico. L’opinione che darei io a quel sondaggio immaginario, se ci tenete, è la seguente: vorrei, a costo di essere accusato di “ageism”, che per una volta Madonna si sedesse a cantare, magari in un’operazione simile a “Something to remember” del ’95 (o a quella di Kylie Minogue ad Abbey Road). In parte, la cantante stessa deve trovarsi d’accordo: ha detto a Pitchfork che per il suo tredicesimo album voleva canzoni adatte alla dimensione acustica, che funzionassero anche senza mega-produzioni dietro. Il risultato finale di “Rebel Heart”, tuttavia, tradisce quest’affermazione – un po’ perché sembra esserle scappata la mano e nelle 19 tracce (25 in versione deluxe) la sua schizofrenia musicale prende il sopravvento; un po’ perché oggi la sua preoccupazione è soprattutto vendere biglietti per il tour, e le arene si riempiono più facilmente con la dance e derivati.





Per sua fortuna, la dance degli ultimi anni è in linea con sonorità a lei molto familiari: la deep house è in fondo un adattamento contemporaneo di ciò che produceva negli ’80 (l’ottima “Living for love” per lei è tutt’altro che revival: lei c’era) e l’EDM con inserti country/folk (come “Devil pray”) ricorda alcune delle idee che aveva già sposato in modo brillante all’epoca di “Music” e “American life”. Non è una Madonna meno irrequieta di quella che si avventurava tragicamente nell’R&B con “Hard candy” o nei suoni di Benassi e Solveig con “MDNA”: è una Madonna che, dopo due dischi da dimenticare, si trova nel momento storico giusto per fare dance tanto alla moda quanto azzeccata per lei. Ma la collaborazione con Diplo e Kanye West la porta anche in territori del tutto inesplorati: il pop accelerato, giocoso e sintetico della label emergente PC Music in “Bitch I’m Madonna”, la trap in “Illuminati” e “Iconic”, la dancehall futuristica di “Unapologetic bitch”. Sono tutti esperimenti riusciti dai quali Madonna esce vittoriosa e (bisogna ammetterlo, ché ci tiene) ringiovanita, ma sono spesso abbinati a testi scadenti. Il problema principale dell’album sta infatti nei temi affrontati: da una parte, la sua fissazione con sacro e profano, che tocca i punti più bassi in “S.E.X.”, “Holy water” (“Jesus loves my pussy best”!) e “Body shop” (in cui esaurisce ogni possibile metafora su corpo/carrozzeria e amante/meccanico); dall’altra, il desiderio di ricordarci il suo status di icona, come nella già citata “Iconic” (con un cameo, a quanto pare ispirato da Mussolini, di Mike Tyson) e “Veni vidi vici” (in cui elenca tutte le sue hit).

Arrivati alla traccia conclusiva, però, Madonna, come promesso, si siede e ci concede finalmente una rarità: una canzone sincera e introspettiva che, come altre gemme di questo filone minore nella sua discografia (“Drowned world/substitute for love”, “What it feels like for a girl”), annulla o mette sotto una luce diversa quanto detto in precedenza. Il masochismo, l’insoddisfazione, la consapevolezza della propria diversità, la ricerca della strada giusta, il successo, il narcisismo, la necessità della provocazione: il brano che dà il titolo all’album riassume una ribellione lunga trent’anni e dimostra come Madonna sia ancora più potente quando canta qualcosa che le appartiene veramente, qualcosa per cui ha dovuto cercare le parole giuste lontano dai soliti schemi. Se questo fosse il punto di partenza e non di arrivo, “Rebel heart” sarebbe migliore, ma resta quel tanto atteso album che risolleva la cantante da un periodo creativamente buio e la rimette su un trono che lei stessa aveva costruito.