«HOZIER - Hozier» la recensione di Rockol

Hozier - HOZIER - la recensione

Recensione del 22 gen 2015 a cura di Pop Topoi

La recensione

È spesso difficile identificare il momento in cui un artista ha avuto il suo “breakthrough”, ma per Hozier abbiamo una data precisa: il 2 ottobre 2013, quando Stephen Fry ritwitta a milioni di follower il video, appena uscito, di “Take me to church”. Sono giorni in cui si parla molto dell’omofobia in Russia (soprattutto in vista delle Olimpiadi invernali di Sochi) e quel videoclip mostra la storia di una coppia gay che si prepara a fuggire dal paese e finisce pestata da un gruppo di neo-nazi. Ma oltre all’attualità dei temi toccati, e con grande efficacia, c’è anche un brano potentissimo in cui l’esordiente irlandese paragona l’amore per la sua donna a una fede, criticando al contempo la Chiesa. Il testo contiene perfino la rielaborazione di una frase del Seicento resa famosa da Christopher Hitchens (“I was born sick, but I love it, command me to be well”). Secondo il cantautore stesso, video e brano sono un dito puntato verso tutte le istituzioni (politiche e religiose) che minano la libertà dell’uomo: nulla di meno adatto alle classifiche, di questi tempi. Eppure Hozier viene immediatamente notato dall’industria e firma un contratto internazionale con Universal e uno esclusivo per l’America con Sony. Nel corso del 2014, il brano raggiunge le top 10 di tutto il mondo (da questa settimana è al primo posto anche in Italia) fino a guadagnarsi una candidatura ai Grammy come “Canzone dell’anno”. Forse il successo di “Take me to church” è più dettato dal suo fascino senza tempo che dalla profondità del suo testo, ma che un pezzo così impegnato, complesso e carico di significati diventi una hit mondiale non succede spesso.




Ed ecco l’album di debutto, che deve soddisfare le aspettative del singolo e presentare Hozier come un artista duraturo e non solo fortunato. L’obiettivo, diciamolo subito, è raggiunto: chi ha amato “Take me to church” troverà altri dodici brani di blues tormentato con accenni gospel a sottolineare la tensione spirituale di un irlandese cattolico che non ha ancora del tutto risolto il suo rapporto con la fede. E questo retaggio intacca le sue canzoni d’amore, disperatamente romantiche ma sempre in bilico tra peccato e perdono (“From Eden”, “Work song”) o addirittura morbose. L’esempio più evidente di questa sua vena di cantastorie inquieto è “In a week”, un duetto (piacerà ai nostalgici di Damien Rice e Lisa Hannigan) in cui narra dei cadaveri di due amanti stesi in un campo “fino a diventare fiori”.
Hozier non fa nulla per essere moderno e mette in scena se stesso o i suoi personaggi su musiche ridotte all’osso, cercando la semplicità acustica (la Bon Iver-iana “Like real people do”) o l’immediatezza dell’R&B più grezzo nei pochi episodi tematicamente leggeri (“Jackie and Wilson”, “To be alone”). Ne esce un esordio convincente, anche se a tratti dispersivo, e che presenta un nuovo cantautore seducente e con un innegabile talento nella scrittura.
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