«UPTOWN SPECIAL - Mark Ronson» la recensione di Rockol

Mark Ronson - UPTOWN SPECIAL - la recensione

Recensione del 20 gen 2015 a cura di Michele Boroni

La recensione

“Uptown Special” è il quarto disco da solista del produttore e DJ londinese Mark Ronson. Mentre per i dischi precedenti – alcuni dei quali molto buoni, come l'esordio del 2003 “Here Comes the Fuzz” e la raccolta di cover alternative “Version” - l'impressione era di un divertissement realizzato nei tempi morti delle varie sessioni dei suoi lavori in studio, coinvolgendo amici e artisti che si trovavano nei paraggi, in quest'ultimo le cose sembrano un po' cambiate.
“Uptown Special” è un vero e proprio atto d'amore per il soul pop e funk degli anni 70 e anni 80 nelle varie sfumature. In fondo Mark Ronson in tutte le sue produzioni – da Amy Winehouse a Adele, dall'ultimo Rufus Wainwright a Q-Tip passando per i Duran Duran – non ha mai impresso una firma sonora riconoscibile o particolarmente originale, ma si è sempre destreggiato abilmente a ricalibrare stili retrò e renderli contemporanei. Questo disco, più dei precedenti che si concentravano su particolari stili e generi (dall'old school hip-hop al plastic pop anni 80), è un perfetto e dettagliato tableaux pop con suoni appetibili per le nuove generazioni, ma che risveglia forti associazioni emotive ai più vecchiarelli.
Il singolo “Uptown Funk” uscito verso la fine del 2014 e cantato da Bruno Mars ne è l'esempio perfetto: funk anni 70 e suono di Minneapolis ma con la struttura di un pezzo EDM, con tanto di build-up e drop. Non è un caso che sia balzato in testa a tutte le classifiche (e ora lasciatemi sognare un disco di Prince prodotto da Ronson).
Questa magica alchimia continua anche in altre canzoni del disco: “Daffodis” parte con un groove che ricorda il riff di “It's time to party now” di Ray Parker jr. e poi si trasforma in un pezzo quasi psichedelico grazie anche alla voce di Kevin Parker dei Tame Impala, coinvolto in più canzoni; “Feel Right” è invece un pezzo à la James Brown (con la chitarra di Carlos Alomar, Trombone Shorty ai fiati e il drumming di Steve Jordan, mica i primi musicisti trovati) trattato con la voce sporca di Mystikal e un testo tra i più divertenti del momento tra metapresentazioni, gattini da schiaffi e giochi di parole surreali con banane e bambù.




Non c'è solo il funk protagonista, ma da buon dj Ronson piazza qua e là qualche mid tempo (“Summer Breaking”, “In case of fire” “Heavy and Rolling”) che ricordano i sempre più citati Steely Dan – che quest'anno parteciperanno addirittura al Coachella Festival: non dimentichiamoci che per questo disco si è fatto aiutare da Jeff Bhasker, collaboratore colto di Kanye West e Bruno Mars. Ad impreziosire il tutto, i testi di buona parte delle canzoni sono scritte dal premio Pulitzer Michael Chabon, che si diverte a raccontare storie iperrealiste di zombie adolescenti e allucinogeni immaginari e con alcuni passaggi che non possono non ricordare le liriche di Donald Fagen ("You and I and a pair of C notes / Soft candy betting, hard date" in “Crack in the pearl”).
Insomma, è un disco di un produttore che gioca a diventare il nuovo Quincy Jones: per questo non si vergogna a chiamare personaggi del calibro di Stevie Wonder per far incrociare la sua armonica con la voce di Andrew Wyatt della band svedese electro pop Miike Snow nelle mini suite che aprono e chiudono il disco.
E proprio in questo sta il pregio e il difetto di “Uptown Special”: un disco ineccepibile nei suoni, nella composizione e nella costruzione ma, appunto, fin troppo costruito in studio, con un bel name dropping da esibire (ma chi apprezzerà veramente i testi di Chabon?) e che, alla fine, gioca più o meno sullo stesso terreno di "Random Access Memory".
Ma con due anni di ritardo.
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