«THE BASEMENT TAPES COMPLETE - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - THE BASEMENT TAPES COMPLETE - la recensione

Recensione del 05 nov 2014 a cura di Alberto Sibilla/Gianni

La recensione

Questa storia non è una semplice storia di rock. Questa storia è la storia del rock. Questa storia comincia quando Bob Dylan era reduce dalla tournée in cui era stato continuamente attaccato per avere tradito la musica folk e di protesta; non si risparmiava nel consumo di droghe. In grave crisi, insofferente all’ambiente musicale e all’orgia di fiori e di amore della “Summer of love”, dopo un incidente di moto si ritira in campagna, a Woodstock nel 1967. Vicino alla sua abitazione, una band va ad abitare nella famosa casa soprannominata “Big pink”. Sono gli Hawks, che lo avevano accompagnato in quel tour da Giuda: la band era non meno segnata di lui dai controversi concerti. Insieme si ritirano nel sottoscala, i basement appunto, e creano una specie di clubhouse in cui lentamente incidono nuove e vecchie canzoni. Nella realizzazione di questo album si estraniano dal mondo e questo permette un’incursione nelle radici della musica; o, meglio, della cultura americana. Su questo aspetto dell’album ha scritto un libro Greil Marcus, “La repubblica invisibile”, in cui analizza le canzoni in rapporto ai temi ricorrenti del patrimonio culturale in senso lato: è il libro definitivo su questa storia. Il tutto viene fatto con strumenti che oggi definiremmo low-fi, talora rozzi, in maniera spesso giocosa e irritante. I temi sono quelli del mistero, della morte e del viaggio: sono tratti dalle saghe e delle ballate della tradizione americane . “La musica creata per ammazzare il tempo, finì per dissolverlo” sintetizza bene Greil Marcus: c’è di tutto, ballate, blues, canzoni sue e di altri autori, di protesta, ballate di mare e barzellette in forma musicale.

Curioso il destino di questo materiale, che nelle intenzioni originali doveva restare privato. Dylan pensava a “John Wesley Harding” e la band - che poi era diventata semplicemente The Band - a “Music from Big Pink”. Ma l’insieme delle canzoni è talmente importante che non può restare nel chiuso di una cantina. Esce un acetato di 16 canzoni originali e viaggia verso l’Inghilterra, dove troverà Manfred Mann (“Mighty Quinn”) e Julie Driscoll (“This wheel’s on fire”) che, arricchendo (?) la musica di Dylan, ne faranno delle hit con buon rientro economico. Negli U.S.A. i Byrds (“You are going nowhere”) e Peter Paul and Mary (“Too much or nothing”) otterranno analogo successo commerciale. Questo per quanto riguarda la distribuzione legale, ma contemporaneamente, nel 1969, nasce la prima diffusione illegale su larga scala con il primo bootleg di successo della storia: “Great white wonder” che contiene sette canzoni dei Basement. Il consumo “illegale” di massa del rock, la mitologia del bootleg nasce da qui.
I “Basement tapes” originali vengono poi pubblicati nel 1975, un doppio album da 24 canzoni: raggiungono il settimo posto nelle vendite (nono posto in Inghilterra). È un risultato clamoroso per un disco così complesso, difficile e inciso non proprio in alta fedeltà: registratore a quattro piste, assenza quasi totale della batteria perché Levon Helm non si era ancora ripreso dai concerti inglesi. Il successo commerciale è segno che non ostante tutto, i momenti di snodo della cultura musicale e culturale sono compresi anche dal grande pubblico.

Che dire della riedizione completa dei “The Basement Tapes”? Escono come The Bootleg Series Vol. 11”, Cofanetto, di 6 CD, 139 canzoni. Ascoltandola, non si riesce a vederla come solo un’operazione commerciale o destinata ai fan, e non solo per la completezza di questa nuova edizione - strada inevitabile per musica già circolata ufficialmente e non. Questa pietra miliare del rock, in questa edizione, si svolge nella sua interezza con la sua carica di atemporalità e di profondità. Le canzoni conosciute emozionano sempre e le ballate tradizionali e i blues creano un tappeto musicale senza fine e senza inizio. L’insieme non è riconducibile alle singole canzoni, ma è un monumento alla cultura americana. Ci vuole un ascolto lento, discontinuo cercando di entrare nel clima e nel significato del disco.
Difficile indicare una selezione di canzoni. I primi due CD entrano direttamente nella tradizione: si parte con una commovente ballata di mare, “Edge of the ocean”, con il suono grezzo che caratterizza il disco. Le gemme nascoste sono numerose e vengono recuperate canzoni a forte impatto sociale come la “Bells of rhymney” di Pete Seeger o “Folsom prison blues” di Johnny Cash. Dylan non aveva dimenticato le canzoni di protesta. Nel secondo CD spiccano gli omaggi a Ian Tyson e al Canada. Nei CD successivi diventano più numerosi le canzoni di Dylan in progressiva simbiosi con la band. Le gemme note e sconosciute sono numerose nel terzo CD: iniziano le canzoni straordinarie già pubblicate nel 1985. “Lo and behold” forse sintetizza bene lo spirito dei “Basement tapes”: il viaggio come ricerca interiore, ma senza prendersi troppo sul serio con uno spirito scanzonato. Negli ultimi due CD tornano le canzoni tradizionali e gli inediti. Dylan e la band suonano queste canzoni in una forma sobria e intima, chiusi in uno scantinato di periferia, al fine di astrarsi dal mondo.
Dylan in queste canzoni, sembra sempre guardare il ragazzo che, mentre lui si dava al rock, gli urlò “Giuda”. Senza rabbia, gli rispose “Non ti credo. Sei un bugiardo”. La fine della storia, la canzone con cui concludere l’ascolto può solo essere “Tears of rage”, qua in tre versioni; un inno d’amore e di rabbia verso l’America.

(La tracklist completa è consultabile a questo indirizzo)



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