«STANDING IN THE BREACH - Jackson Browne» la recensione di Rockol

Jackson Browne - STANDING IN THE BREACH - la recensione

Recensione del 08 ott 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

A modo suo, Jackson Browne è stato regolare: un disco di inediti ogni sei anni. In mezzo un paio di compilation, tre dischi dal vivo (tutti acustici). “Standing in the breach” arriva a sei anni da “Time the conqueror”, che arrivava a sei anni da “The Naked ride home”, che arrivava a sei anni da “Looking east”.
Si perdona tutto, a uno con la carriera e la credibilità di Browne, come cantante e come autore (andatevi a sentire il recente doppio album tributo “Looking into you”). Si perdonano le lunghe assenze e gli si perdona di tornare con un disco che contiene 3 canzoni già edite su dieci: "The birds of St. Marks", "Here" e "You know the night" (quest'ultima basata su un testo di Woody Guthrie).
Gli si perdona pure di aprire un disco con una canzone scritta 44 anni fa, che i suoi fan conoscono bene: appunto quella “The Birds of St. Marks”, già recuperata in acustico nel 2005, un piccolo classico a suo modo. Scritta nel 1970, è ispirata a Nico, che Browne da ragazzino accompagnava in un locale di St. Marks Place a New York e con cui ebbe una breve relazione; a lei poi diede tre sue canzoni del suo primo album solista, “Chelsea girl” (’67), tra cui la famosa “These days” - che Browne avrebbe ripreso nel suo secondo disco, “For Everyman” nel 1973.
Gli si perdona tutto, perché “Standing on the breach” è un piccolo gioiello, degno dell’attesa e del nome dell’autore.




La parabola di Browne è strana, in controtendenza, per certi versi: ha iniziato come cantante confidenziale, un romanticone tra i più aggressivi o bohémien compagni rock degli anni ’70. Poi negli anni ’80 si è politicizzato, diventando uno dei più strenui baluardi musicali contro l’edonismo reaganiano del periodo, più radicale pure di colleghi che non hanno mai nascosto le proprie idee "liberal".
Il Jackson Browne odierno è un saggio signore, che ha fatto pace con il passato, che fa la sua vita musicale anche senza la faccia da eterno ragazzino, ora che il viso è segnato profondamente dalle rughe. In questo disco mette insieme le sue anime diverse: il recupero di “The birds of St. Marks” è puro sentimentalismo, con quella Rickenbacker 12 corde che sostiene la melodia. La copertina del disco e la title track rimandano invece alla sua anima più politica. Il tutto unito da un suono che non è più (da tempo ormai) centrato sul pianoforte, ma fatto di chitarre che si intrecciano: californiano, caldo, giocato sull’ “interplay” tra i musicisti - e soprattutto con il chitarrista Greg Leisz - quasi tutte le canzoni viaggiano sui 5-6-7 minuti.
E' uno schema da cui Browne non si allontana mai, nei 56 minuti del disco: melodie rilassate, la sua voce calda, una grande cura nei suoni e nel dosare gli strumenti (con un po’ di piano che fa capolino qua e là, ma senza mai prevalere sulle chitarre). La classe, l'esperienza si nota nei momenti apparentemente più banali, quando Browne costruisce una canzone su due parole, le più banali del rock, appunto, “Yeah yeah” - e non suona per niente scontato.
Certo, c’è un po’ di nostalgia: ci sono diverse autocitazioni, nel disco, come l’arpeggio iniziale e le prime parole di “The long way around” che riportano apertamente proprio a “These days”; la musica di "Walls and doors" ricorda molto da vicino "Late for the sky", soprattutto nel giro di chitarra; e così via. Ma gli si perdona anche questo, finché incide dischi come questo.
E’ musica di genere, quella di “Standing in the breach”. Oggi lo si chiama “classic rock”, è semplicemente musica di classe, più che classica.
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