«GIVE MY LOVE TO LONDON - Marianne Faithfull» la recensione di Rockol

Marianne Faithfull - GIVE MY LOVE TO LONDON - la recensione

Recensione del 02 ott 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

"Da Maida Vale a Chelsea, dal paradiso all'inferno", pochi conoscono Londra come Marianne Faithfull . Dice di detestarla, oggi che vive a Parigi, ma l'ambigua canzone con cui ha intitolato il suo nuovo album non fa altro, in fondo, che perpetuarne la mitologia ("incontrami a Piccadilly/e danzeremo al chiarore della luna"). Parla malvolentieri del suo passato maudit, la ex ragazza copertina degli anni Sessanta, ma accetta volentieri di cantare una canzone che ne ricorda senza giri di parole il periodo buio dello squatting, del degrado e della tossicodipendenza. A 67 anni, insomma, non sembra avere risolto tutte le sue contraddizioni, messo a tacere tutti i suoi demoni interiori. Ed è questo, forse, il segreto di una vitalità artistica di cui "Give my love to London" è una dimostrazione lampante. Un disco aspro, crudo, intenso, per nulla compromissorio in cui è lei stessa a incaricarsi della scrittura di gran parte dei testi, quasi a volersi garantire che quel che le esce di bocca sia sincero, veritiero, senza filtri anche se mediato dall'espressione artistica. Non è una cantautrice, non è una bandleader capace di reggere in mano da sola il timone. La sua forza (e la sua fortuna) - dai tempi dei Glimmer Twins, Jagger e Richards - sta nel riuscire a circondarsi di amici e collaboratori talentuosi che nella sua voce sgraziata, scomposta e annerita dai vecchi stravizi trovano un megafono formidabile per esprimere le inquietudini dell'animo umano e un lirismo fuori dai canoni.

La sua lista degli ospiti è anche stavolta prestigiosa, e include nomi ormai familiari: a cominciare dall'amico Nick Cave che, con appresso i Bad Seeds Jim Sclavunos e Warren Ellis (inconfondibile, struggente e penetrante il suo violino) schizza in "Late Victorian holocaust" - classica ballata pianistica a tinte fosche delle sue, incorniciata da un quartetto d'archi - il ritratto autobiografico di due junkie disperati e spettrali e le loro scorribande lungo le strade di Notting Hill: dal vivo, ha anticipato la Faithfull, farà il paio con l'altra sua celebre canzone di droga e disperazione, "Sister morphine", e solo a pensarci vengono i brividi. Il mélo le si addice, il registro drammatico è la sua chiave interpretativa naturale, e - oltre a Cave, che lascia il segno anche su "Deep water" - ben lo sa Roger Waters : quindici anni fa, per l'album "Vagabond ways", l'ex Pink Floyd le aveva confezionato su misura una "Incarceration of a flower child" che profumava di Swinging London; oggi bissa con "Sparrows will sing", ballad onirica che preconizza una nuova rivoluzione giovanile con un ritmo incalzante che a qualcuno ha ricordato il Bowie del periodo berlinese e un ritornello evocativo e ipnotico come un canto nativo americano. Non è l'unico punto di contatto con quel vecchio disco che nel '99 segnò l'inizio di una nuova fase artistica inaugurando la stagione dei dischi collaborativi frutto di un lavoro di squadra: allora la Faitthfull aveva reso omaggio a Leonard Cohen riprendendone una delle sue canzoni più riconoscibili, "Tower of song"; stavolta ribadisce affetto e devozione nei confronti del venerabile canadese rileggendo una sua creatura recente, "Going home", in maniera quasi didascalica se non fosse per quel coro maschile speculare alle voci femminili della registrazione originale. E' un altro membro onorario del cenacolo di Marianne, Cohen, ed è magari per questo che alla festa è stato invitato anche Patrick Leonard, coautore di gran parte di "Popular problems" che qui firma con la Faithfull il pezzo più rabbioso, selvatico e caotico della raccolta (in "Mother wolf" la voce sputa veleno come ai tempi di "Broken English").





Con un cast di strumentisti calati nel ruolo (c'è Adrian Utley dei Portishead alla chitarra, mentre il produttore Rob Ellis, collaboratore di Pj Harvey, siede anche dietro la batteria) e uno stuolo di compositori desiderosi di mettersi al suo servizio, la Faithfull può permettersi di tutto: e se Steve Earle imprime un tono rustico e country folk alla irresistibile title track anche la giovane Anna Calvi , con una turbinosa "Falling back", mette in tavola una delle carte migliori del mazzo. "True lies", che Marianne firma insieme al bassista/coproduttore Dimitri Tikorov e a Ed Harcourt , ha un simile piglio drammatico e quasi spectoriano, mentre sono le altre cover - da sempre una sua specialità - a divagare decisamente dalla strada maestra: "The price of love" degli Everly Brothers conserva la ruspante energia rock and roll, il riff sferragliante di chitarra e l'armonica blues dell'originale, mentre lo standard "I'll get along well without you" di Hoagy Carmichael si ammanta qui di sonorità orientali e di toni rarefatti e dissonanti che ricordano certi suoi trascorsi con Hal Willner. Potrebbero sembrare scelte incongruenti, ma ogni capitolo del disco racconta invece un pezzo della storia e in tanta varietà non si perde mai il filo narrativo: oltre l'immagine iconica, le pose da dark lady e le nuvole di fumo di Marianne Faithfull ci sono in "Give my love to London" una consapevolezza e una saggezza conquistate a carissimo prezzo, tranche de vie mascherati da fiction a cui è impossibile restare indifferenti.
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