«PLAIN SPOKEN - John Mellencamp» la recensione di Rockol

John Mellencamp - PLAIN SPOKEN - la recensione

Recensione del 02 ott 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Il percorso di John Mellencamp, negli ultimi anni, ha preso quella piega tortuosa e poco lineare tipica degli artisti “classic” (modo elegante per non chiamarli in altro modo). Pochi dischi, molte pubblicazioni secondarie box, live, progetti paralleli che sembrano fatti più per non annoiarsi che per altro, molti concerti soprattutto in mercati sicuri. Insomma, un po' di girovagare, ma comunque rimanendo sempre nella “safety zone” costruita in decenni di carriera.
Nel caso di Mellencamp, uno che pure ha vagato tra le diverse anime del suono americano, la zona di sicurezza, è un rock dalle venature folk e blues. Quello del suo capolavoro “The lonesome Jubilee”, fatto di chitarre acustiche, suoni vintage, qualche po' di chitarra elettrica e ogni tanto una spolverata di strumenti come fisarmoniche e violini.
Per il suo primo disco di inediti in 4 e passa anni, Mellencamp è tornato in pieno in quel perimetro di sicurezza, con i paletti di sempre a delimitarlo. Il primo paletto è T Bone Burnett, che aveva prodotto le ultime prove di studio e la registrazione delle canzoni di “Ghost of the Darkland County” (il musical su cui Mellencamp ha lavorato per più di un decennio con Stephen King). Il secondo paletto sono i temi di sempre: l’attenzione alla vita rurale (arriva pur sempre dall’Indiana, e lì è stato registrato il disco), la rabbia per le contraddizioni dell’America (“Freedom of speech”) e il raccontarsi come una persona difficile (“Troubled man”: Mellencamp lo è effettivamente, ma forse in modo diverso (ricordate i suoi primi concerti italiani?). Il terzo paletto sono i suoni: messe da parte le derive luddiste di “No better than this” (registrato con strumentazione del ’55 e un solo microfono), torna ad una produzione più pulita, ma fatta del folk-rock classico di sempre.




Il risultato è un disco se vogliamo prevedibile, ma di gran classe. L’età si sente, sia nell’esperienza nel gestire suoni e scrittura, sia nella voce, un po’ più rotta, un po’ più segnata, in alcuni casi volutamente (sentite “The isolation of mister”).
“Sometimes there’s god” è forse l’essenza del Mellencamp odierno, un riassunto di quello che va sotto il nome di “Americana”, 4 minuti e mezzo di radici ben piantate che danno vita ad una nuova canzone, che tanto nuova non è, ma che è perfetta proprio per questa - e questo alla fine è il meccanismo di tutto il disco. “Plain spoken”, alla fine e nonostante tutti i dubbi cantati da Mellencamp, è un disco caldo e rassicurante come una serata di fronte ad un buon bicchiere di vino rosso.
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