«ROYAL BLOOD - Royal Blood» la recensione di Rockol

Royal Blood - ROYAL BLOOD - la recensione

Recensione del 09 set 2014 a cura di Andrea Valentini

La recensione

Brighton è una bella località marittima – si dice “la più amata dagli inglesi” – situata nella costa sud del Regno Unito, a nemmeno un’ora da Londra. A un tiro di schioppo c’è anche l’idilliaca campagna del Sussex, coi suoi scenari da serial tv d’antan.
Ma poi c’è anche la tradizione legata alle sottoculture giovanili... senza perdersi in troppi discorsi e lezioni di sociologia, basti ricordare i leggendari scontri fra rocker e mod del 1964.
E, adesso, il “made in Brighton” dà i natali anche a un duo che ha voglia di fare un bel po’ di sano rock basilare (che spazia dal garage all’indie, passando per il blues, suggestioni grunge, groove e alternative), picchiando durissimo e macinando riff senza tregua. Il tutto con una configurazione che porta agli estremi quanto già sperimentato dai White Stripes (per fare un nome illustre): i Royal Blood, infatti, suonano utilizzando solo batteria, basso (che suona e riempie come una chitarra, grazie a un setup peculiare) e voce.

Questi due ragazzi – i loro nomi sono Mike Kerr e Ben Thatcher (proprio come la Lady di Ferro di buona memoria) – sfornano il loro album di debutto direttamente su marchio Warner: tale è stato il polverone che hanno sollevato negli ultimi 12 mesi circa, che non hanno neppure iniziato il solito percorso costellato di etichette indipendenti, di grandezza crescente a ogni uscita (se va bene). No: loro dopo una manciata di singoli ed ep sono arrivati a uno dei giganti della discografia. Cotto e mangiato, come si dice.



Ebbene, la Warner ha avuto l’occhio lunghissimo a scritturare i Royal Blood, perché questo loro omonimo debutto è un disco che – sicuramente – è destinato a entrare nelle playlist di tanti appassionati di rock che non amano le atmosfere troppo patinate e mainstream.
Il bacino di utenza dei Royal Blood ha diverse aree che si sovrappongono a quello del blasonato Jack White, ad esempio: riff nervosi e facilmente memorizzabili, tempi tirati, ritmo serrato, voce convincente e ruvida al punto giusto... il tutto condito con un’attitudine che ancora ha il sapore dei club e degli scantinati.
Se amate questo tipo di cose, provate a resistere a una “Ten tonne skeleton”, oppure all’assalto in stile “Blunderbuss” (ed ecco tornare il fantasma di White) di “Figure it out”. Per non parlare di “You can be so cruel”, che si avventura in territori spesso visitati dai Queens Of The Stone Age, con un risultato davvero notevole. E il brano di chiusura, con il suo incedere atipico rispetto agli altri (cadenzato, lento), aggiunge una nota distonica, affascinante, al tutto: si intitola “Better strangers” e ricorda gli Zeppelin coverizzati dai Nirvana con un featuring del deus ex machina dei White Stripes... è da brivido.

“Royal blood” è, a conti fatti, la riprova che con ingredienti semplici, a volte quasi scontati, è ancora possibile fare del rock non allineato, fuori dai paletti ultracommerciali ma (ed è un grosso “ma”) capace di essere accattivante e conquistare un pubblico più ampio delle solite nicchie di appassionati.
Dopo il solo primo album è difficile fare previsioni, ma non ci si stupirà affatto se questi giovani finiranno nel Gotha dei bandolero del rock’n’roll contemporaneo, insieme a Black Keys e Jack White.
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