«LULLABY AND...THE CEASELESS ROAR - Robert Plant» la recensione di Rockol

Robert Plant - LULLABY AND...THE CEASELESS ROAR - la recensione

Recensione del 08 set 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

"Gli artisti sono come i pescecani: devono continuare a muoversi o sono destinati a morire", scrive un editorialista del New York Daily News mettendo impietosamente a confronto le carriere di Jimmy Page e di Robert Plant : il primo intento a lucidare per l'ennesima volta il catalogo storico dei Led Zeppelin vagheggiando una nuova reunion e rimandando a data da destinarsi la pubblicazione di un nuovo disco atteso da decenni; il secondo sempre in viaggio per il mondo con lo zelo infaticabile dell'esploratore di suoni e di culture. Capace di fare un passo avanti anche quando, come in questa occasione, torna indietro con una consapevolezza e un bagaglio di esperienze che rendono tutto diverso da quel che è stato. Dopo un lungo e fruttuoso soggiorno americano, Plant ha sentito forte il richiamo delle proprie origini tornando a vivere nelle sue terre di confine, tra l'Inghilterra e il Galles. Per farlo, si è lasciato alle spalle Nashville e Austin, Alison Krauss, Buddy Miller, la Band Of Joy e la relazione sentimentale con Patty Griffin, che in questo disco resta una presenza mai esplicita ma ricorrente e spettrale.

Cosicché "lullaby and...The ceaseless roar" è un capitolo del tutto nuovo, e basta l'avventurosa rilettura iniziale dello standard bluegrass "Little Maggie" a spiegarlo: un kologo africano viaggia in coppia con un banjo americano intrecciandosi in un patchwork multicolore con percussioni tribali, il violino a una corda (ritti) del giovane griot gambiano Juldeh Camara e i loop elettronici di John Baggott, già collaboratore dei Portishead e artefice del Bristol Sound. Roba da farsi cacciare a pedate dal Ryman Auditorium - il tempio del country nashvilliano - ha spiegato ridacchiando lo stesso Plant al mensile inglese Uncut, convinto che questa sia la missione della musica: sparigliare le carte, disattendere le aspettative, spiazzare e provocare. Ci riesce benissimo, "Little Maggie", con quella fusione irresistibile di aromi folk e africani e un ritmo che non ti concede tregua insinuandosi sotto pelle: sul palco, e nei festival estivi - da Glastonbury a Pistoia, il luglio scorso - ha fatto un figurone.

E' il miglior esempio di un progetto di "musica globale" molto ambizioso, che qualcuno potrebbe anche definirlo velleitario. Ma che funziona grazie al carisma del band leader e alla poliedrica flessibilità dei Sensational Space Shifters, un gruppo versatile di musicisti che tiene fede al suo nome impegnativo ricomponendo in sostanza il nucleo storico degli Strange Sensation ("Mighty rearranger", 2005) intorno alla figura chiave di Justin Adams, chitarrista rockabilly e cultore del blues africano del deserto che di Plant è da anni il fedele braccio destro e che qui, oltre a Camara, porta in dote la giovane sezione ritmica dei suoi Ju-Ju mentre Liam "Skin" Tyson dimentica il passato Brit pop dei Cast per trasformarsi in una via di mezzo tra un barbuto folk singer e un guru psichedelico. Plant ha sfidato i suoi musicisti a stracciare il libro delle regole tracciando sulla mappa inediti punti di contatto tra il Mali e le Marche gallesi, il folk celtico e il trip-hop passando per le imprescindibili fonti del blues: ne è scaturita una musica densa e stratificata, che rimane in equilibrio senza mai precipitare nel kitsch e nella cacofonia. Che sia stata registrata in parte ai Real World Studios di Peter Gabriel non sorprende. I suoni nebbiosi, misteriosi e autunnali di "Embrace another fall" sono perfettamente in sintonica con quel marchio, quell'ambiente e quel laboratorio di suoni, l'incedere è quello di una carovana transoceanica e quando nel finale entra in scena la cantante gallese Julie Murphy quei versi in lingua gaelica riportano tutto a casa, tra "il gelo e la pioggia" di quelle aspre colline dalle parti del cottage di Bron-yr-aur.

Significativo che siano tutti i musicisti a firmare i pezzi, e che Plant diriga con mano sicura ma con apprezzabile understatement: invece di ruggire come ai vecchi tempi degli Zep, le sue corde vocali accarezzano e sussurrano, impennandosi in morbidi falsetti e acuti di intenso lirismo. L'ultima immagine del "Golden God", ci fossero dubbi, resta fissata a quella sera del dicembre 2007 alla O2 Arena di Londra e i fan irriducibili degli Zeppelin si mettano il cuore in pace: del Dirigibile qui sopravvive giusto qualche sporadico riff e arpeggio di chitarra ("Somebody there", ricordi di infanzia nella campagna inglese evocati da una melodia che ricorda un po' "Tangerine" e un po' "Over the hills and far away") e qualche richiamo testuale, tra la "strada che rimane la stessa" di "Turn it up" - il pezzo più teso e nervoso, il momento rivelatore in cui Plant in giro in auto per il Mississippi si sente sperduto nel grande paesaggio americano, disconnesso, lontano da se stesso e desideroso di ritrovarsi - e nella prima strofa di "Pocketful of golden" che ricalca quella di "Thank you" dal lontanissimo "Led Zeppelin II" del 1969.





Plant è ancora un giramondo sognatore e figlio dei fiori: capace di paragonare la sua energia vitale a quella di un arcobaleno tra i tamburi a mano e le spire di "Rainbow", il primo estatico singolo dell'album che con "House of love" (una nuova "29 palms"?) occupa il lato più morbido e "pop" di un disco che rinuncia definitivamente a ogni spavalderia erotica per confessare la malinconica delicatezza dei baci rubati ("A stolen kiss", per piano e voce, suona come uno struggente addio sottovoce alla Griffin). Meno ancora che altrove, però, qui le etichette di genere perdono significato, perché il suono - sempre con il ritmo nel cuore, sempre speziato di Africa e Medio Oriente, sempre sinuoso come le colline ondeggianti dello Shropshire - ha tanti progenitori non immediatamente identificabili: neppure in "Poor Howard", che prende le mosse da un vecchio e quasi omonimo brano di Leadbelly per tuffarsi una volta di più in quello che Plant chiama oggi scherzosamente country&eastern. E quando "Arbaden", cantata da Camara in lingua Fulani, chiude il disco riprendendo la melodia di "Little Maggie", emerge chiaro il senso circolare e concentrico del percorso: mutando forma, viaggiando nel tempo e nello spazio, "the song remains the same". E tutto, prima o poi, torna al punto di partenza.

"Little Maggie"
"Rainbow"
"Pocketful of golden"
"Embrace another fall"
"Turn it up"
"A stolen kiss"
"Somebody there"
"Poor Howard"
"House of love"
"Up on the hollow hill"
"Arbaden"
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