«RYAN ADAMS - Ryan Adams» la recensione di Rockol

Ryan Adams - RYAN ADAMS - la recensione

Recensione del 10 set 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Da Ryan Adams ci si può aspettare di tutto. Il capolavoro e la boiata suprema. Lo scherzo e il disco inutile. La logorrea musicale e la sintesi. Ogni volta ci si chiede: è la volta buona?
A questo giro, Ryan Adams è sceso dalla parte buona del letto. Questo è un disco da ascoltare: se vi piace il “classic rock” americano, se vi piace Ryan Adams ma non sopportate le sue uscite minori; se l’avete perso da un po’. "Ryan Adams" è l’occasione giusta e non solo per la scarsa fantasia del titolo eponimo - usato solitamente come dichiarazione d’intenti.
Non che abbia perso il vizio: da “Ashes & fire” (2011) ad oggi ha pubblicato una collezione di 15 dischi dal vivo, fondato una band punk, un EP hardcore (“1984”, dieci canzoni in 15 minuti, Da si ascolta qua), fatto il produttore. Questo disco l’ha inciso due volte, cominciandolo con Glyn Johns (che aveva lavorato al precedente), per poi riniziarlo da capo con due musicisti, Mike Viola e Tal Wilkenfeld. Dice che è stato influenzato da Smiths e Velvet Underground, che semplicemente entrava in studio - nel suo studio casalingo - e suonava e la musica e le parole venivano da sole.
Non che tutto questo si senta molto, in realtà: non suona come un disco improvvisato, e gli accenni smithsiani si limitano a qualche passaggio di chitarra alla Johnny Marr, qua e là, come in “Am I safe”.



Il riferimento più netto di Adams a questo giro sembra il suono classico degli Heartbreakers di Tom Petty. Buffo, perché nel disco precedente c’era Benmont Tench, il loro tastierista. E c’era anche nella band “licenziata” dopo il primo tentativo per questo disco. Invece “Gimme something good” ha il passo e la cadenza dei brani più scuri di Petty, l’intreccio di chitarre di “Trouble” e “Stay with me” sembrano uscire da “Hard promises” o giù di lì.
Non che abbia bisogno di questi termini di paragone, Adams, che ha una credibilità di suo, e da tempo è già "classic" pur essendo di una generazione successiva di Petty. “Ryan Adams” è un disco meno minimale di “Ashes and fire” - le cui atmosfere acustiche sono rievocate in “My wrecking ball” o “Let go”. E’ altrettanto compatto, solo più elettrico, più scuro.
Non è il miglior disco di Ryan Adams, e ormai dubitiamo possa tornare a produrre capolavori come “Gold” e “Heartbreaker”. Ma è un disco di quelli buoni, in cui Adams mostra ancora una volta tutta la sua classe nello scrivere e arrangiare canzoni. Quanto basta per consigliarlo.
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