«NON SIAMO PIU' QUELLI DI MI FIST - Club Dogo» la recensione di Rockol

Club Dogo - NON SIAMO PIU' QUELLI DI MI FIST - la recensione

Recensione del 09 set 2014 a cura di Fabrizio Zanoni

La recensione

Dogo vs. scena rap alternativa. A due anni dal successo di “Noi siamo il club” (disco di platino) e di “Pes”, dopo dischi solisti, in coppia, dopo featuring che spaziavano da Max Pezzali a Emis Killa, i Dogo tornano con un disco che già dal titolo è un guanto di sfida gettato ai detrattori.
Chiarirò subito il mio punto di vista. Quelli che nella scena rap li criticano, e sono tanti, stanno spesso nel campo del "vorrei ma non posso" e quindi preferiscono giocare a dire che l'uva è acerba perché non sanno raggiungerla. Basta vedere su YouTube i fiumi di commenti sotto a qualsiasi hit del rap. Siccome l'originalità di pensiero è merce rara in ogni campo, possiamo giocare alle famiglie generiche di chi la vuole cotta e chi la vuole cruda.
Quelli che...
"ma questo non è rap"
"voi non capite un cazzo ascoltate tizio che quello veramente spacca"
"io che ascolto rap dall'anno zero dei tempi delle Posse"
"io amo il rap underground mica questa roba commerciale"

Per i Dogo esiste una categoria extra, strettamente personale: non siete più quelli di Mi Fist. “Mi fist” sarà pure un disco fondamentale nel panorama rap italiano e ha influenzato artisti e imitatori (più frequenti i secondi purtroppo); ma è un lavoro che ha 12 anni e, non me ne vogliano i fan, li dimostra tutti. Per i suoni, le metriche, i contenuti, l'impostazione... Così come è patetico chi si aspetta da Baglioni che canti vita natural durante "Questo piccolo grande amore", così i Dogo hanno cambiato, sperimentato, si sono cimentati in progetti solisti e collaborato con vecchia e nuova scuola del rap. Sono andati in giro, han fatto cose e visto gente. Non son rimasti chiusi nel circolino dei duri e puri a cantarsela su quanto fosse contro e alternativo non vendere una copia dei propri dischi. Hanno firmato tra i primi per una major e hanno sfruttato bene l’occasione centrando il successo al primo colpo e mantenendolo disco dopo disco.
Sarà così anche per questo lavoro perchè al di là delle parole di fan, detrattori, giornalisti ed esperti rap dell’ultima ora “Non siamo più quelli di Mi Fist” è un gran bel disco in cui il lavoro ai suoni di Don Joe (forse il meno attaccato del trio milanese) ha raggiunto la miglior prova da quando campa a colpi di beat.
Non lo nascondo, quando ho saputo che l’album sarebbe stato registrato a Los Angeles temevo la solita sindrome provinciale da "Usa= bello", come se bastasse attraversare l’oceano per partorire qualcosa di meglio di quello che si è capaci di fare nello studio di registrazione sotto casa. Impossibile capire quanto il supporto al mixaggio di Demo Castellon (Timbaland, Justin Timberlake, Madonna, Jay Z) abbia giovato, ma il disco spazia tanto senza sembrare mai gratuito, campiona e cita musica di epoche in cui il pubblico dei Dogo spesso non era nemmeno nato (e infatti scorrendo il web, i più non si sono accorti di nulla).
Se Marracash (per una volta assente dal lavoro dei Dogo) andava fiero di aver messo nello stesso disco Giusy Ferreri e Bloody Beetroots, il trio di Milano prende Betty Curtis, Jefferson Airplane e gli Eros e Zucchero di 30 anni fa. Olio e aceto non si amalgamano? Gue parla giovane ma cita Seneca dimostrando ancora una volta capacità di mischiare alto e basso, storie di strada e letteratura. Più grezza e diretta la rima di Jake in linea con la sua immagine da bad boy. Due stili di rappata che si intersecano bene da oltre un decennio, tre persone per molti aspetti molto diverse tra loro che però servono sempre un cocktail vincente - i detrattori se ne facciano una ragione.
Arriverà forse il momento del declino, il disco senza hit, la rima stanca (a proposito, qui Jake ricicla una sua stessa rima, quella dove vorrebbe farsi le famiglie degli altri) ma non sarà questo il caso. Gli anti-Dogo devono accomodarsi nuovamente sul bordo del fiume e attendere perchè, sono facile profeta nel dirlo, NSPQDMF andrà bene.
Troppi i brani con un gran tiro e i suoni di Don Joe (che uscirà prossimamente con un disco interamente suo), come detto, mai tirati così a lucido. I primi tre singoli esemplificano bene il lavoro: “Fragili” con una Arisa in versione platinata, “Weekend” con la citazione di una strofa di “Un cuore con le ali” di un Ramazzotti ragazzino e “Sayonara” arricchito dalle chitarre di Lele Spedicato dei Negramaro. Tre brani molto diversi tra loro, magari non con tematiche rivoluzionarie (Guè in conferenza non ha problemi ad ammettere che i temi portanti “Soldi, donne, alcol...” tornano e probabilmente torneranno anche in futuro perchè sono parte della loro vita) ma che hanno un filo che li accomuna: funzionano.
Difetti? Personalmente non ho apprezzato l’evidente uso di auto-tune che appiattisce le sfumature della voce e quello che, sono certo, sarà uno dei prossimi singoli e probabile successo “Lisa”. Piacerà alle ragazzine ma è la versione 2.0 di “Mary” dei Gemelli Diversi. Magari sul tema sentite la più raffinata “Lady Vizio” di Vincenzo da via Anfossi, con al sound ancora un Don Joe annata 2008. Infine dietro alla lavagna ci vanno anche i primi 30 secondi di “Siamo nati qua”: sembra un pezzo degli 883. Fossimo ancora in epoca di vinile, direi che trovo più interessante il lato A del lato B perchè sul finire il disco ha qualche pezzo con meno densità ma nel complesso...centro pieno.
Gioco, partita e incontro per i Dogo.
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