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Recensioni / 07 lug 2014

Phish - FUEGO - la recensione

Voto Rockol: 3.5/5
Recensione di Alfredo Marziano
FUEGO
ATO Records (CD)
La domanda è sempre la stessa, anche dopo cinque anni di "vuoto" discografico ("Joy" risale al 2009): potrebbe essere questo, come si chiede Jake Cohen di Consequence of Sound, l'album che toglie ai Phish le stimmate della jam band capace di costruire la sua reputazione principalmente sui concerti (gli storici del gruppo ne contano più di 1.500 in bacheca) diventando il grimaldello capace di far breccia nel muro del mainstream come lo fu ai suoi tempi "In the dark" per i Grateful Dead ? Probabilmente no, è la sua risposta, ed è difficile dissentire perché i tempi sono diversi, le circostanze del caso imponderabili e comunque nessuno se la sente - per fortuna - di forzare eccessivamente la mano a Trey Anastasio, Page McConnell, Mike Gordon e Jon Fishman (sempre loro, dal 1983 a oggi: uno dei punti di forza della formazione) dopo tanti anni trascorsi a forgiare un'identità originale. Non ci aveva provato più di tanto Steve Lillywhite, che nel 1996 produsse quel "Billy breathes" che molti considerano ancora il loro miglior album della band e il più votato alla "forma canzone"; e non ci si azzarda neppure il plurimedagliato Bob Ezrin (Alice Cooper, Lou Reed, Peter Gabriel, Pink Floyd), che pure lascia una sua impronta evidente spingendo i quattro del Vermont a suonare in presa diretta e con l'atteggiamento spontaneo da palco ma con quel pizzico di disciplina e di misura che si convengono a un disco destinato non solo alla cerchia allargata dei fan (non è un caso, probabilmente, che otto di queste dieci canzoni, più alcune altre che si sono almeno per ora perse per strada, siano state presentate in anteprima dal vivo durante il tradizionale concerto di Halloween l'anno scorso ad Atlantic City) .

In "Fuego", adeguatamente illustrato dai quadri surreali e onirici dello spagnolo Paco Pomet, sopravvive quel loro mondo stravagante, ironico, vitale, svagato, febbrile e paradossale che ha reso la loro musica così singolare e difficile da afferrare, un melting pot di stili e un'attitudine onnivora che esalta molti (soprattutto in patria) ma che al gruppo ha sempre alienato altrettante simpatie. Ezrin, che negli anni ha imparato a rinunciare a certe ambizioni di grandeur mettendo a frutto la sua grande esperienza e sensibilità musicale, è riuscito semmai a metterli più a fuoco: estraendo da loro i succhi sonori più essenziali, articolando un linguaggio più comprensibile e immediato, imprimendo una direzione allo straordinario virtuosimo strumentale e all'eccentrica creatività. Anche se non si fa problemi a lasciargli briglia sciolta nei nove minuti della title track che apre il disco tra cambi di tempo, riff "choppati", intermezzi jazzati, assoli fluidi di chitarra, polifonie vocali, parole senza logica e strutture modulari che si apriranno dal vivo a ogni forma di improvvisazione, in un complicato puzzle che attinge anche alle credenziali "prog" del produttore canadese. Potrebbe essere un inizio spiazzante e magari indisponente per chi non conosce bene la band, ma i Phish fanno bene a non preoccuparsene troppo perché nel resto del percorso hanno molte altre cartucce da sparare. C'è una tipica rilassatezza Dead e un'ammiccante melodia pop in "The line", che parte da una famosa sequenza di tiri liberi sbagliati dal cestista Darius Washington Jr. per riflettere su certi snodi cruciali della vita con un côté malinconico che affiora anche tra le soffici spire latineggianti di "Waiting all night", una delle cose più sognanti, romantiche ed eteree che i Phish abbiano fissato su nastro fino ad oggi (potrebbe suonare bene anche in radio). Ma poi sono ancora una volta la solarità, l'ottimismo e i "joyful sounds" (come li chiamano i colleghi String Cheese Incident) tipici della loro cultura neo hippy a infondere spirito ed energia a queste nuove canzoni, nei botta e risposta quasi gospel di "Sing Monica" (uno degli episodi più deboli, per la verità) come nei ritmi trascinanti e negli avvolgenti fraseggi vocali a incastro della contagiosa "Devotion to a dream".

Hanno registrato a casa loro, nell'home studio del Vermont, ma anche a Nashville e a Muscle Shoals, e si sente soprattutto in certi arrangiamenti fiatistici che colorano di torrido funk soul sudista pezzi come "555" del bassista Gordon (i Little Feat non sono lontani), "Winterqueen" (già nel repertorio solista di Anastasio) o la parte finale di "Wombat", la creatura più bizzarra di "Fuego" nel suo mix fra tradizionali influenze zappiane e funk rap alla Red Hot Chili Peppers con il corredo di un altro testo di puro nonsense che cita l'Abe Vigoda attore di un celebre serial tv americano degli anni '70. Ogni componente del gruppo ha modo di coltivare i suoi spazi e le sue inclinazioni, ed è il tastierista McConnell a porgere nell'occasione l'episodio più elegante e raffinato con "Halfway to the moon", una fluida ballata pianistica tra Steely Dan e Bruce Hornsby già da qualche anno affiorata nelle setlist. Alla fine, però, sono sempre le espressive chitarre e la voce di Anastasio a lasciare il marchio più inconfondibile, ed è lui a firmare in chiusura il pezzo clou dell'album, "Wingsuit": il momento in cui, indossando i loro abiti alati, i Phish si involano davvero oltre l'atmosfera, firmando un gran pezzo d'autore (e di reminiscenze floydiane) che dimostra quanto l'etichetta di jam band possa stargli stretta.