«WANTED ON VOYAGE - George Ezra» la recensione di Rockol

George Ezra - WANTED ON VOYAGE - la recensione

Recensione del 01 lug 2014 a cura di Claudio Todesco

La recensione

Che magnifica incoerenza. La voce bassa e profonda, da folksinger che ha tanto vissuto, fa a pugni col viso da ragazzino fresco di scuola. Questo è George Ezra: un inglese di 21 anni dotato del timbro vocale di un cinquantenne e dell’appeal di una stellina uscita da un talent. Per lui è un vantaggio e un rischio. Un vantaggio, perché finisce regolarmente per sorprendere chi l’ascolta. Un rischio, perché nel mondo del pop l’aspetto e l’età contano, eccome, e nel suo caso oltre a regalagli un pubblico giovane e femminile potrebbero minarne la credibilità. Ora, dopo gli ep “Did you hear the rain?” (quello di “Budapest”) e “Cassy O’”, esce l’album di debutto “Wanted on voyage” e ogni domanda trova risposta. Sì, Ezra è giovane e a volte scrive testi convenzionali. No, non è una pop star per la quale la musica è un accessorio. Anzi.

Il padre gli faceva ascoltare Bob Dylan. Ezra è andato a ritroso nel tempo per capire chi l’ha influenzato e così ha scoperto i Woody Guthrie e i Leadbelly. Le sue creazioni migliori abbinano voce baritonale, piglio da folksinger, strumentazione elettro-acustica, melodie orecchiabili fin dal primo ascolto. Non è un virtuoso. «La chitarra» dice «mi serve giusto per scrivere canzoni». Il risultato, semplice ed efficace, ha la naturalezza di una strimpellata attorno al fuoco di un campeggio, abbinata alla produzione pop di un cantante che avuto la fortuna di essere messo sotto contratto da una major prima ancora di avere tenuto dieci concerti. È folk-pop. C’è il ritmo contagioso di “Cassy O’”, c’è lo skiffle rivisitato di “Blame it on me”, c’è la coda gospel di “Breakaway”, c’è il funk leggero di “Stand by your gun”, c’è l’introduzione blues a cappella di “Did you hear the rain?”, tutti particolari che rendono il disco vario e sfizioso. E ovviamente c’è “Budapest”, presentata in un nuovo mix, una confessione amorosa premiata con un disco di platino qui in Italia, dove è stata scelta per lanciare il cantautore.

Con l’aiuto del produttore Cam Blackwood, Ezra aggiunge alle canzoni un appeal che le rende particolarmente immediate. Piazza abbellimenti di tastiera anni ’80 che non trovereste mai nel disco di un purista. Ha talento per le melodie, ma si tiene saggiamente lontano da ogni svenevolezza. In “Drawing board” riesce ad essere al contempo sadico e buffo. Si diverte a cambiare registro, canta occasionalmente in falsetto e gioca con la pronuncia. E visto che è cresciuto nel XXI secolo e non in pieno folk revival anni ’60, chiude l’album con i suoni effettati e il beat sepolcrale di “Spectacular river” dove si scontrano una chitarra twangy e tastiere da apocalisse (nella versione deluxe arrivano altre quattro canzoni). L’aria da bravo ragazzo svanisce raramente e questo è un peccato. Quando accade, ad esempio nelle scariche d’elettricità di “Did you hear the rain?”, l’effetto è potente.

Racchiuso in una copertina tratta dal video di “Budapest” che ricorda la serie fotografica di Alex Prager “Face in the crowd”, una riflessione sulla folla e la solitudine calata in uno spazio sospeso, “Wanted on voyage” è anche un disco di luoghi. Lo è fin dal titolo, che riprende le etichette che un tempo si apponevano sui bagagli per distinguere quelli a mano (“wanted on voyage”) e quelli destinati alla stiva (“not wanted on voyage”). Lo è perché in buona parte è nato per le strade d’Europa l’anno scorso, quando Ezra non era che un ragazzo in cerca d’esperienze. Lo è perché i luoghi diventano metafora degli stati d’animo, proprio come accade in “Budapest”, scritta prima ancora di vedere finalmente la capitale ungherese. Le canzoni sono piene di gente in partenza o in fuga. Sono piccole storie fatte di sensazioni, desideri, pensieri. Si canta quasi sempre di relazioni. Il calore e la voglia di comunicare sono il bagaglio leggero che George Ezra si porta appresso. Ha solo 21 anni, ma a giudicare da “Wanted on voyage” ha già compreso che «il viaggio più bello quaggiù è quello che facciamo l’uno verso l’altro» (Paul Morand).

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