«EVERYDAY ROBOTS - Damon Albarn» la recensione di Rockol

Damon Albarn - EVERYDAY ROBOTS - la recensione

Recensione del 28 apr 2014 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono tre storie che rendono “Everyday robots” uno dei dischi più interessanti e belli del 2014.
La prima storia è quella di Damon Albarn che, finalmente, fa il solista. Quasi 25 anni di carriera, due band che hanno fatto la storia, una quantità di progetti "paralleli" - che poi così paralleli non erano. E poi “Everyday robots”, che non è tecnicamente il suo primo disco solista: c’è “Demo crazy” di un decennio fa - ma era una raccolta di demo; poi tutte le colonne sonore. Ma "Everyday robots" è il primo lavoro davvero a suo nome .

La seconda storia riguarda le storie di “Everybody robots” - per la prima volta Albarn non fa il narratore ma parla di sé. Anche in questo senso è davvero un disco di Damon Albarn. La stampa (inglese, ma non solo) ci si è buttata a pesce come uno squalo attratto dal sangue, abituata com’era ad un Albarn schivo e refrattario sul piano personale, questa volta insolitamente ciarliero anche nelle numerose interviste rilasciate in questi giorni per spiegare in dettaglio le canzoni del disco. La ricerca della pietra dello scandalo è culminata nelle polemiche su “You and me”, con la citazione dell’uso dell’eroina.

Poi c’è la terza storia, quella musicale, magari non la più interessante come storia in sé ma quella che interessa di più per i risultati. Oddio, la storia dell’incontro con Brian Eno - che partecipa a due canzoni - è di per sé fantastica: frequentano la stessa palestra, dove Albarn si anestetizza correndo compulsivamente sul tapis roulant ed Eno fa acquagym. Ve lo immaginate uno serio e pieno di sé come Eno che fa acquagym, ascoltando la musica tamarra che viene usata in piscina? Albarn l’ha raccontata quasi incidentalmente a Pitchfork, ma risale a più di un decennio fa. L’incontro che ha generato “Everyday robots” è invece più banale: quello con Richard Russell, capo della XL Recordings, con cui Albarn ha prodotto due album del soulman Bobby Womack (uno nel 2012, uno in uscita). E’ Russell che ha spinto Albarn a incidere l’album ed è lui l’artefice di buona parte delle scelte sonore.
Il bello di “Everyday robots” è proprio il suono: minimale, “textured” come dicono gli anglosassoni con un’espressione difficile da rendere in italiano, ma che riguarda il modo in cui strumenti, campionamenti, voci vengono letteralmente intrecciati in un tessuto delicato che unisce suoni acustici ed elettronici. Il bello di “Everyday robots”, al di là delle storie che racconta, è che è frutto di una ricerca profonda, ma rimane lontano da certe intellettualizzazioni pallose, quelle a cui mirano i cantanti pop che decidono di fare gli “Artisti” con la “A” maiuscola, quando hanno qualcosa da dimostrare. “Everyday robots” è un disco intenso, ma assolutamente godibile, di ottime canzoni dal suono emozionante. E’ come se Albarn avesse messo nella scrittura tutta la sua esperienza e la sua storia (il pop-rock, l’elettronica, la tecnologia, la world music) e poi, grazie a Russell, avesse lavorato per sottrazione. “Impara l’arte e mettila da parte”, insomma: basta sentire “The selfish giant”, basata su un beat scarno, un piano quasi jazz e la voce delicata. O il divertimento di “Mr Tembo” - un divertimento misurato in punta di chitarra e melodia. Le melodie vocali rimangono riconoscibilissime, come in “Heavy seas of love”, ma sono appoggiate su tappeti (per rimanere sulla metafora tessile) dalle maglie larghe, dai colori tenui tendenti allo scuro, ma dai materiali curatissimi sia nella scelta che nella manifattura.
Ecco, basti sapere questo: Albarn non aveva nulla da dimostrare, ma con “Everyday robots”: regala un piccolo grande gioiello, prodotto con la cura di un esperto artigiano e la passione e la visione di un artista vero.
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