«LIFT YOUR SPIRIT - Aloe Blacc» la recensione di Rockol

Aloe Blacc - LIFT YOUR SPIRIT - la recensione

Recensione del 24 mar 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

Aloe Blacc è uno bravo. Ha una gran bella voce, baritonale e leggermente roca, è un ottimo interprete, capace performer dal vivo e i suoi precedenti dischi testimoniavano un buon approccio personale al black soul.
Purtroppo però è capitato nell'era del talent.
Prima di spiegarmi meglio, è necessario fare un piccolo salto all'indietro.
C'è voluto del tempo prima che il precedente “Good Things” si facesse notare in Usa e in Europa: il disco uscì tra il Settembre e il Novembre del 2010, ma solo a Marzo 2011 iniziò a fare capolino nelle radio e nelle classifiche, in US peraltro aiutato dal fatto che il singolo “I need a dollar” finì come sigla della serie tv della HBO “How to make it in America”. Nel 2012 fece parte del progetto francese Roseaux, snobbato dai più, anche in Francia. Insomma, per niente facile diventare una popstar.
Poi nel 2013 scrive insieme al dj svedese Avicii e canta l'hit dell'estate “Wake me Up” che arriva al #1 in 103 paesi, un mixone un po' tamarro tra EDM e country-folk. E da qui una serie di successi: firma per la Interscope Records che gli fa uscire un EP (“Wake me up EP” i cui pezzi sono tutti contenuti in questo disco), riesce a piazzare ciascuno dei brani in colonne sonore, videogiochi (“Batterfield 4”) e nello spottone delle cuffie Beats by Dr. Dre. Nel frattempo registra questo “Lift your spirit” prodotto da Dj Khaili, Theron Feemster (quelli degli ultimi lavori di Eminem) e pure da prezzemolino Pharrell in un brano.
Con tutte queste premesse, l'imperativo è chiaro: il disco deve essere un successo, con ogni mezzo necessario (anche perché il buon Aloe ha ormai 35 anni e tiene famiglia).
Detto fatto.
Ecco la formula di questo “Lift your spirit” (uscito a dicembre in Austria, Germania e Svizzera, e in questi giorni nel resto del mondo): riprendere il suono del soul e della black music dagli anni 60 a oggi, normalizzarlo per i palati contemporanei cresciuti con X-Factor, aggiungerci testi innocui e servirli con la voce sicura di Aloe Blacc (che nel frattempo è stato nominato coach della versione US del talent The Voice).
Tutto qui è fortemente derivativo e artificiale, proprio come se ogni brano avesse un tema che il format deve rispettare: a partire dalle citazioni sbrigative a Stevie Wonder (“Soldier in the city”), all'inutile mash-up – che però piace sempre tanto - con “Your song” di Elton John (“The Man”), dalla strizzazina d'occhio al Bill Withers di “Lovely day” nella bassline di “Love is the Answer” (sì, questo è il contributo del paraculissimo Pharrell) alle atmosfere un po' black-western tornate di moda dal Django tarantiniano. Poi ci sono le canzoni radio friendly come la title track o “Wanna be with you” zuccherose e innoccue che abbassano ancora più il livello e annullano ancora di più la personalità di Blacc.
Quel gusto retrò ma vissuto che caratterizzava il precedente “Good Things” - ricordiamo anche una bella cover per niente banael di “Femme Fatale” dei Velvet Underground - oggi è completamente scomparso. Paradossalmente le cose che funzionano di più sono la versione acustica “Wake me up” che, con gli archi che sostituiscono i tastieroni di Avicii acquista una sua dignità e l'intensa “Red Velvet Seat”, che sembra uscito da un'altra produzione. Una cosa buona però questo disco ce l'ha, e cioè che ti fa venir voglia di andarti a riascoltare un bel disco di Bill Whithers.
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