«THE CLASSIC - Joan As Police Woman» la recensione di Rockol

Joan As Police Woman - THE CLASSIC - la recensione

Recensione del 13 mar 2014 a cura di Michele Boroni

La recensione

Non credete a quelli che scrivono che “The Classic” di Joan as a Police Woman è il disco della svolta soul e che è un disco positivo, perché è solo una mezza verità.
In realtà nei tre precedenti dischi di Joan Wasser, la 44 enne che si cela dietro uno dei migliori alias del pop-rock contemporaneo, è sempre stato presente un forte elemento soul, ma che spesso era coperto da chitarre e arrangiamenti più rock; qui invece il gioco si fa a carte scoperte, riempiendo il suono di fiati, cori, hammond e temi più spirituali.
Ci ha impiegato ben tre anni per dare un seguito allo straordinario “The Deep Field”, il disco precedente, anche perché nel frattempo ha suonato molto dal vivo con un set minimale, creando in ogni concerto un'atmosfera molto rilassata che ha fatto emergere il lato più soul e morbido. In più, anche i testi rispetto agli altri lavori risentono molto meno della depressione causata dalle morti della madre e del fidanzato (Jeff Buckley, per quei pochi che ancora non lo sapessero) e molti brani contengono dei testi più positivi, inni alla vita e all'amore. “Witness” “Holy City” e “Shame” hanno questo suono sfavillante e colorato con un groove leggero che ricorda i pezzi più solari di Al Green e Stevie Wonder. La canzone “The Classic” è addirittura un doo-wop a capella.
Ma è nei brani più intensi e intimi e con i ritmi rallentati che Joan continua a dare il meglio, come in “Good together” con la lunga cavalcata elettrica finale o “Get direct” una canzone d'amore e d'atmosfera basato sulla voce flebile di Joan, le note alte di pianoforte con il contrappunto del violino su una bella base percussiva. Questo è il soul sommesso che è più nelle sue corde.
Un bell'arrangiamento di fiati e organo sixties accompagna“What would you do” che poi si adagia poi a un'ispirata coda intimista “Ascolta te stesso / ci sarà sempre qualcosa da imparare / anche se doloroso / la paura è solo quello che senti quando fai qualcosa di nuovo / Ascolta te stesso / ci sarà sempre un modo per uscirne”. “New year's day” riporta alla Joan più cupa e dolorosa degli esordi, come pure la successiva “Stay”, mentre il clima cambia nella finale “Ask me”, tutta in maggiore e in levare.
Insomma, alti e bassi. Allegria e depressione. Intensità e frivolezza, il tutto unito dalla gran voce e interpretazione di Joan Wasser, in un momento in cui le cose più belle in questo inizio 2014 arrivano proprio dalle donne (St. Vincent, Neneh Cherry, il ritorno di Suzanne Vega e quella manna piovuta dal cielo che è l'ultimo disco di Linda Perhacs).
Per molta musica valgono le stesse regole del cinema: il tema drammatico e riflessivo arriva a destinazione più facilmente e velocemente rispetto alle melodie aperte e leggere (da quanto non vedete una commedia fare incetta di Oscar?). E così anche la nostra Joan su disco funziona molto meglio sui toni cupi e oscuri. Ma ho voglia di ricredermi ascoltandola dal vivo in Italia il prossimo aprile.
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