«FIBRILLANTE - Eugenio Finardi» la recensione di Rockol

Eugenio Finardi - FIBRILLANTE - la recensione

Recensione del 30 gen 2014 a cura di Paola De Simone

La recensione

Non siamo negli anni Settanta, ma se chiudiamo gli occhi e ascoltiamo “Fibrillante” di Eugenio Finardi, salta ogni certezza. All’epoca c’erano i cantautori di protesta, gli indignati dal sistema, quelli che nella musica riversavano delusioni e frustrazioni, e che usavano le canzoni per sensibilizzare e smuovere. E’ tanto che tutto questo non si materializza più nei nostri lettori musicali, finché un giorno ti dicono che è uscito il nuovo disco di Finardi, un disco alla Finardi – quindi rock d’autore - ma attuale nel suono. “Il passato che si evolve”, pensiamo, e non sbagliamo. E’ così che possiamo riassumere questo nuovo lavoro, nel quale il cantante dal sangue italoamericano ha persino scomodato il suo cuore per dare un nome al suo ritorno. E come fibrillava in quei giorni in cui questo nuovo atto discografico prendeva forma, con i suoi dieci inediti e il sostegno di validi musicisti torinesi. Primi tra tutti: Giovanni “Giuvazza” Maggiore, che ha co-firmato i brani con Finardi, e Max Casacci (sì, quello dei Subsonica), che ha co-prodotto l’intero disco, dopo la collaborazione spot di un paio d’anni fa nel brano “Nuovo Umanesimo”. Già allora avemmo sentore di una rinascita finardiana accostabile alle sue radici, e su quella scia oggi assistiamo a una riuscita fusione tra il rock più materico e sordo e un suono più internazionale, che non prescinde – e come potrebbe? - dall’utilizzo dell’elettronica. Questo fortunato connubio, però, non basterebbe se le dieci canzoni non avessero di loro un’ossatura robusta e concreta su cui far leva. E ce l’hanno.
A partire da “Aspettando”, pezzo sospeso e semi-ipnotico, dal testo semplice ma diretto (“Ore e ore e ore/senza niente da pensare/senza sentire niente/senza avere niente da fare altro che/aspettare”). E se questo è il primo nato in sala prove – come leggiamo dai comunicati – immaginiamo un lavoro tutto in discesa, trasportato unicamente dall’esigenza creativa e dalla sintonia d’intenti tra artista e produttore. Ma se abbiamo esordito parlando di un retrogusto seventy, capirete come non può farsi attendere l’invettiva verso l’arroganza e il vuoto della nostra epoca, che si esprime soprattutto attraverso l’urlo di “Come Savonarola”, indignazione allo stato puro. Ma anche con “Cadere sognare”, dove Finardi affronta il tema della disoccupazione (accompagnato alla voce da Manuel Agnelli), con “Moderato”, che punta il dito contro i falsi valori degli accumulatori di ricchezze, e infine con la ficcante “Me ne vado”, che chiude il disco con una fotografia economica occidentale, sostenuta da una base che ci ricorda i lavori dell’epoca Cramps (etichetta discografica degli anni ‘70, che pubblicò tra gli altri i primissimi dischi di Finardi) con tanto di omaggio agli Area in un psichedelico e trascinante assolo di Patrizio Fariselli. Migliore chiusura non si poteva immaginare.



Non da meno, però, sono le canzoni sentimentali che occupano l’altra metà di questo disco: c’è un omaggio alla moglie Patrizia in “Lei s’illumina”, dedicata anche a tutte le donne che accettano il passare degli anni; c’è poi “La storia di Franco”, padre separato, che vive il quotidiano dramma del distacco dalla figlia, dalla famiglia e dalla sua dignità di uomo; e la delicata “Le donne piangono in macchina”, scritta con il pianista e compositore Vittorio Cosma, corredata di un testo che solo la parte più sensibile di un uomo potrebbe partorire (“Le donne piangono in macchina/da sole, andando al lavoro/dopo aver lasciato i figli a scuola/per un motivo tutto loro”).
Insomma, quando pensavamo di poter ritrovare la musica ribelle di Finardi solo nelle raccolte nostalgiche della sua discografia, eccoti spuntare un album di inediti che aggiunge una nuova tappa a un percorso lontano. Certamente merito anche di Casacci che, da buon fan della prima ora, ha saputo rispolverare una vena artistica che negli anni Finardi aveva solo messo a tacere. Per entrambi tanta stima e tanto rispetto.
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