«CROZ - David Crosby» la recensione di Rockol

David Crosby - CROZ - la recensione

Recensione del 29 gen 2014 a cura di Alfredo Marziano

La recensione

Questo disco è un viaggio (lo ha spiegato lui stesso, David Crosby ), ma è soprattutto un autoritratto. Intimo e personale fin dal titolo ("Croz", l'appellativo con cui Crosby è conosciuto tra gli amici più stretti), onesto e diretto a cominciare dalla copertina: gli occhi sottili, i basettoni, gli inconfondibili baffoni e i lunghi capelli argentati in primo piano e al naturale, al posto dell'immagine riflessa e confusa di "If I could only remember my name" e della foto solarizzata e artificiosa di "A thousand roads", l'ultima e trascurabile opera solista risalente a ormai vent'anni fa. David, qui, svela il suo vero volto, assieme a una saggezza e a un equilibrio che a settantadue anni s'è guadagnato a costo di tragiche sbandate e inenarrabili fatiche. La storia è ben nota, una parabola perfetta di ascesa, caduta e redenzione: nei Sessanta e Settanta è stato un'icona sfacciata e sfolgorante della controcultura e del movimento hippy, negli Ottanta un emblema del disfacimento del sogno freak (annientato dalla cocaina e dal freebasing, incarcerato e salvato dalla morte da un trapianto di fegato), nei Novanta un uomo avviato verso una lenta ricostruzione dopo il ricongiungimento con il figlio naturale James Raymond. Miccia della sua rinata creatività e voglia di vivere, compositore e tastierista di valore da allora sempre al suo fianco in studio e sul palco, e oggi coprotagonista irrinunciabile, nel ruolo di autore e produttore, di questo nuovo album di papà.

Crosby forza magari un po' la mano quando dice che il disco sorprenderà molti, sostenendo di essersi spinto fuori dalle sue acque territoriali. In realtà, nella scelta stessa di lavorare con James e di incidere nel suo home studio - dettata anche da motivi di budget - mostra di non volersi allontanare troppo dalla sua comfort zone , da un ambiente domestico in cui si sente finalmente protetto, coccolato e a suo agio. E il disco è quanto (di meglio) ci si può aspettare, oggi, da uno come lui: una sequenza di canzoni dal ritmo sciolto e dal tono rilassato, con un profluvio di chitarre e pianoforti, arpeggi a cascata e accordi jazzati, angeliche e stratificate armonie vocali, sonorità smooth e levigate che evocano a tratti certi suoi grandi amori dichiarati (Steely Dan, Marc Cohn) e spesso la breve avventura dei CPR, il trio che padre e figlio avevano creato a fine anni Novanta con il chitarrista Jeff Pevar.





Più che nella musica - bella, raffinata, impeccabile - Crosby il coraggio lo ha messo nei testi. Parole lucide, profonde, spietate, amare, disilluse ma ancora piene di speranza, parabole morali raccontate da un vecchio saggio che contempla le sue terribili cicatrici, la sua fragilità e il suo ritrovato, entusiasta vitalismo. Diabete, epatite C e un cuore ballerino non gli hanno sottratto verve, energia e una voce appena più sottile ma ancora meravigliosamente duttile e musicale, anche se ovviamente condizionano i suoi pensieri. Il tempo è una variabile incombente e una preoccupazione costante, "Slice of time" (una di quelle ballate sinusoidali e ammaliatrici che lo hanno reso famoso, già presentata a Milano durante il concerto con Graham Nash del 2011) e "Time I have" sono non a caso due delle carte migliori del mazzo: in quest'ultima, veleggiando agile tra percussioni, un basso melodico e un vibrante assolo di chitarra elettrica di Shane Fontayne, Crosby confessa di volere trascorrere la parte finale della sua esistenza alla ricerca della pace e della serenità mentale. Scomparse le metafore ambigue di "Cowboy movie", messe da parte (con l'eccezione di "Morning falling", che prende di petto il tema dei mortiferi attacchi militari effettuati con i droni) le invettive politiche di "What are their names", di "Don't dig here" e "They want it all" per un'invocazione alla fratellanza e alla solidarietà ("Radio"), David pesca a piene mani nella sua accidentata esperienza di vita: dietro agli inconfondibili accordi stoppati e all'esortazione impetuosa di "Set that baggage down", il pezzo più acido, elettrico ed esuberante della raccolta, c'è chiaramente il racconto della sua lotta finalmente vinta contro la tossicodipendenza, le scimmie e i fantasmi del passato. Lo sguardo malizioso e il ghigno sardonico di Croz non sono scomparsi del tutto, ma qui lasciano sovente spazio a uno sguardo compassionevole: in "If she called", accompagnato solo dagli ipnotici arpeggi della sua chitarra, David si interroga sugli intimi sentimenti di un gruppo di prostitute da lui osservate una sera dalla finestra dell'hotel, fuori da un locale notturno in Germania: è l'utopia dell'amore libero di "Triad" rivoltata e andata a male, scrive David Fricke su Rolling Stone. E' il sogno virginale di "Guinnevere" finito nella discarica della mercificazione e dell'umiliazione.

Nel loro disco familiare e casalingo, David e James si concedono poche ma eclatanti ospitate di lusso: lavorando a distanza (i due non si sono mai incontrati) Mark Knopfler ricama note eleganti, essenziali e di ottimo gusto su "What's broken", un altro pezzo chiave liquido e jazzy come da migliori tradizioni, mentre la tromba di Wynton Marsalis regala un plus di malinconica e ovattata levità a "Holding on to nothing", un gioiellino di concisa poetica musicale il cui essenziale arrangiamento per doppia voce, chitarra e pianoforte lascia spazio alle migliori virtù espressive dell'attore protagonista. In "Find a heart", il brano strumentalmente più dilatato e chiuso da scat e armonizzazioni vocali, un sax jazzato e un'atmosfera vagamente latina strizzano l'occhio ai CPR e a Stephen Stills; ma è proprio nei pezzi più arrangiati e diluiti (il ritmo quasi sintetico di "Dangerous night", gli aromi quasi etno di "Morning falling") che il viaggio di "Croz" perde momentaneamente la bussola diventando più blando, vago e inconcludente.

Non avrebbe senso confrontarlo con l'impareggiabile "If I could only remember my name", un disco da isola deserta che nel 1971 condensò in quaranta minuti l'estasi allucinata e lo spirito comunitario di San Francisco. Allora Crosby scappava dalla realtà (e dal trauma della morte improvvisa della compagna Christine Hinton) spiegando le vele del suo Mayan. Oggi è tornato a terra, un sopravvissuto lieto di poterlo raccontare e di condividere la sua ritrovata ispirazione artistica. Che lo abbia fatto con tale candore e trasparenza rimarrà probabilmente una delle più belle notizie di quest'anno musicale.
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