«FIFTH - Autumn Defense» la recensione di Rockol

Autumn Defense - FIFTH - la recensione

Recensione del 29 gen 2014 a cura di Paolo Panzeri

La recensione

Quando mi capitano tra le mani quelli che vengono definiti side project sono sempre un pochino dispiaciuto. E’ un mio problema, ma forse non sono il solo, per questo ne scrivo. Sono sempre dispiaciuto perché penso che si toglie in partenza, con quella innocua definizione, sempre un filo di dignità, in questo caso musicale all’impresa. Come se parte dei componenti del side project di turno fossero in libera uscita dal main project (e in parte è vero). Come se avessero del tempo libero da spendere e senza affaticarsi molto, piuttosto che niente, non avendo altri hobby, incidessero quelle canzoni non così degne da figurare nel main project. Forse è proprio così, chissà..
Quanto scritto vale fino a un certo punto per gli Autumn Defense: che non sono un side project di Pat Sansone e John Stirratt, due delle colonne degli inarrivabili Wilco. Gli Autumn Defense con “Fifth” giungono (come ragionevolmente intuibile dal titolo) al quinto album e sono sulla breccia da una dozzina di anni. Ad amare la precisione sino in fondo, per Pat Sansone – considerando gli anni di militanza - sarebbero gli Wilco il suo side project. Fu infatti introdotto da Stirratt alla corte di Jeff Tweedy nel 2004. A completare il cast accorrono portando del loro meglio la chitarra di John Pirrucello, il basso di James ‘Hags’ Haggerty e la batteria di Greg Wieczoreck (già con i Twilight Singers di Greg Dulli).
Il quinto capitolo della storia musicale degli Autumn Defense è un disco molto garbato, molto educato e – soprattutto - molto ben suonato, con pochissime sbavature. Ricco di riferimenti al pop leggero e leggiadro di qualche decade fa quando l’innocenza non era ancora del tutto perduta e ancora molto c’era da scrivere. Atmosfere rilassate da West Coast proposte da chi ha mandato a memoria anche la lezione dei maestri inglesi del pop, primi fra tutti quei quattro ragazzi di Liverpool che proprio cinquanta anni fa fecero la loro comparsa negli Stati Uniti deviando di un poco il corso della storia. Storia che “Fifth” ha la conscia ambizione di non voler e poter sconvolgere, ma rispettare e omaggiare questo sì.
Canzoni con il dono raro della leggerezza che non scade nella vacuità, a partire dal minutaggio loro concesso mai diluito oltre il necessario. Un album che non ha in sé i pericolosi germi del disturbo e della sperimentazione. Un album che, a dispetto del nome della band, è maggiormente adatto ai primi tepori e al clima mite della primavera (non a caso una canzone ha come titolo “August song”) che non ai melanconici chiaroscuri della fase finale dell’anno. Un album dove la chitarra la vince sugli altri strumenti, che, però, ben amalgamati davvero donano il colore necessario alla buona riuscita dell’opera. L’unico vero rischio che si corre con l’ascolto di “Fifth”, è che nei giorni in cui si è in tregua con le brutture della vita quotidiana e si vuole cercare luce e calore per dimenticare l’inverno che implacabile viene rimandato senza pietà dalle finestre della casa o dell’ufficio, il dischetto potrebbe non trovare la via di uscita del lettore. (per chi ancora lo usa)
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