TRANSGENDER DYSPHORIA BLUES

Xtra Mile Recordings (CD)

Voto Rockol: 4.5 / 5

di Andrea Valentini

“Avere le palle” è un’espressione che – per quanto cafona, maschilista e fuori registro, date le vicende che hanno visto il leader del gruppo Tom Gabel fare coming out e dichiararsi transgender, cambiando nome in Laura Jane Grace – ben si addice agli Against Me! dell’anno Domini 2014. Il loro sesto album, infatti, è un concentrato di attitudine ed etica punk – attenzione, non stiamo parlando esclusivamente di sound e musica, ma piuttosto di modus operandi e valori. Esce per la loro etichetta indipendente personale, è stato prodotto e scritto interamente da Laura Jane Grace, parla di un argomento che per larghe fasce di benpensanti bigotti è tabù (e/o sconveniente) e, infine, è nato nonostante le difficoltà di rimpiazzare due su quattro dei componenti del gruppo, che hanno mollato all’improvviso. Eppure da tutto questo è scaturito un album solido, ficcante, abrasivo, brillante, punk rock - ma non stereotipato... insomma, se non è avere le palle questo, spiegatemi voi cosa lo è.
In meno di 30 minuti gli Against Me! snocciolano 10 brani che mescolano - su una base punk statunitense e gustosamente moderna - arena rock, folk, emo (occhio: niente a che vedere con le robe da adolescenti colorati degli anni Duemila, stiamo parlando del filone emo-core di scuola anni Ottanta/Novanta... levatevi immediatamente dalla testa l’immagine di gente tipo Tokyo Hotel). E come ciliegina sulla torta ci sono le liriche: a fare da sottotesto a un impianto drammaturgico stile concept album, che parla di una prostituta teenager, c’è la vicenda personale dolorosa, difficile e gloriosa di Tom Gable/Laura Jane Grace, del suo coming out come transgender dopo sei anni di matrimonio con una donna che ama ancora e una figlia. "They just see a faggot", canta nella title track: "vedono semplicemente un frocio". E in quelle parole, cantate su un riff magistrale, c'è tutta la rabbia e la storia di questa persona, della ricerca di un'identità. Che, poi, alla fine, è il tema di fondo del punk.



“Transgender dysphoria blues” è un disco punk contemporaneo e profondo, per quanto immediato e semplice. Non scade quasi mai nello stereotipo (anche se, ovviamente, non è possibile evitare tutte le trappole del genere... ma chi se ne frega!) e riesce a conciliare un songwriting diretto e accessibilissimo con un messaggio sfaccettato, provocatorio, intelligente. Tra riff esaltanti e tempi tirati al punto giusto, poi, non manca mai di lasciar fare capolino a una poetica stradaiola degna dei più grandi della letteratura a stelle e strisce, da Kerouac a Lou Reed, passando per Hunter S. Thompson, Salinger e – perché no – il Boss: il disco ricorda in diversi momenti la carica e l'ethos dei Gaslight Anthem, che di Springsteen sono i figliocci in salsa punk.
Per entrare al 100% nello spirito occorrono almeno un paio di ascolti, ma il risultato è assicurato: questo è un disco lucido e affilato, forse non per tutti i palati... ma sicuramente è roba che farà venire la pelle d’oca e i brividi a chi ha una certa età e ha seguito l’epopea della Lookout e della Dischord agli albori. Per tutti gli altri, più giovani, c’è semplicemente l’emozione di un disco innegabilmente bello.